Pubblicato il: 03/07/2026 – 19:14
di Mariateresa Ripolo
REGGIO CALABRIA Oltre trecento anni di carcere totali, con richieste di condanna che arrivano fino a un massimo di venti anni di reclusione per i ruoli di primo piano. È questa la pesante richiesta avanzata dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria nel processo con rito abbreviato nato dall’operazione “Millennium”. Le risultanze investigative dell’inchiesta hanno delineato una ‘ndrangheta capace di superare i confini regionali e di strutturarsi su scala nazionale e internazionale, esportando i propri modelli organizzativi identici a Volpiano e Buccinasco, nel Torinese e nel Milanese, e trasformando così il nord Italia in una propaggine diretta dei mandamenti jonico e tirrenico.Per quanto riguarda il rito ordinario invece, il gup ha disposto il rinvio a giudizio per sedici imputati, per i quali la prima udienza è stata fissata per il 10 settembre davanti al Tribunale collegiale di Locri.
L’inchiesta
L’accusa ha offerto uno spaccato preciso sulle dinamiche di coordinamento tra i tre mandamenti storici – Centro, Ionico e Tirrenico – evidenziando la stabilità dei “locali” di Sinopoli, Platì, Locri, Melicucco e Natile di Careri. Nonostante l’esistenza di tensioni interne e “fibrillazioni” tra le potenti consorterie dei Barbaro “Castani” di Platì e gli Alvaro di Sinopoli, l’organizzazione ha dimostrato una spiccata operatività transnazionale, concepita per la gestione sistematica del narcotraffico attraverso soggetti definiti “cerniera”, incaricati di garantire la fluidità delle operazioni tra la Calabria, il Piemonte e la Lombardia. I capi d’imputazione riflettono la pervasività di queste attività, che spaziano dall’associazione mafiosa al traffico internazionale di droga, dalle estorsioni al sequestro di persona a scopo estorsivo, fino al reato di scambio elettorale politico-mafioso.Le richieste di pena formulate dai pubblici ministeri si muovono all’interno di un range molto ampio, che parte da un minimo di 2 anni di reclusione. La pena più alta, pari appunto a venti anni di carcere, è stata chiesta per Giuseppe Barbaro, classe ’56, indicato dall’inchiesta come promotore e organizzatore con funzioni direttive sia nell’assetto unitario della ‘ndrangheta che nell’articolazione territoriale di Platì. La stessa condanna massima a venti anni è stata invocata per Rocco Rugnetta, Francesco Sciarrone e Rocco Bruno Varacalli, detto “u longu”.









