Un altro gruppo ultra conservatore si prepara a consacrare un vescovo senza mandato del Papa. I Redentoristi Transalpini rifiutano Prevost, il Vaticano II e la Chiesa “conciliare”. Per Roma il caso è piccolo nei numeri, ma enorme nel simbolo soprattutto alla luce degli eventi degli ultimi giorniUn altro gruppo ultra conservatore si prepara a consacrare un vescovo senza mandato del Papa. I Redentoristi Transalpini rifiutano Prevost, il Vaticano II e la Chiesa “conciliare”. Per Roma il caso è piccolo nei numeri, ma enorme nel simbolo soprattutto alla luce degli eventi degli ultimi giorniC’è un’isola minuscola nelle Orcadi, nel Nord della Scozia, dove il 25 luglio potrebbe aprirsi un nuovo fronte nella crisi tradizionalista della Chiesa cattolica. Si chiama Papa Stronsay, è raggiungibile in pochi minuti di barca dall’isola di Stronsay, e da anni ospita il monastero dei Figli del Santissimo Redentore, più conosciuti come Redentoristi Transalpini. Lì, secondo l’annuncio diffuso dalla comunità, padre Michael Mary, superiore generale del gruppo, dovrebbe ricevere la consacrazione episcopale senza mandato pontificio. A conferirla sarebbe il vescovo sedevacantista Pierre Roy, affiancato da altri due vescovi della stessa area, Rodrigo Ribeiro da Silva e Fernando Altamira.La diocesi cattolica di Aberdeen, competente anche per le Orcadi, ha già preso posizione. Il vescovo Hugh Gilbert ha avvertito i fedeli che la consacrazione sarebbe “illegittima” e un “grave atto di disobbedienza”, perché avverrebbe senza mandato del Papa e per mano di vescovi che negano che Leone XIV sia davvero pontefice. Nel comunicato, Gilbert ha scritto che nessun fedele dovrebbe partecipare e che l’atto separerebbe chi vi prende parte dalla comunione con la Chiesa cattolica.La data arriva a poche settimane da un’altra rottura: il primo luglio, a Écône, in Svizzera, la Fraternità sacerdotale San Pio X, il movimento lefebvriano, ha consacrato quattro nuovi vescovi senza mandato papale. La cerimonia è stata celebrata davanti a circa 15mila persone e oltre mille tra sacerdoti e religiosi. Roma aveva già avvertito che quell’atto sarebbe stato considerato scismatico e poco dopo, infatti, è arrivata la scomunica.Il caso di Papa Stronsay è diverso, e per certi versi più radicale. I lefebvriani contestano la Chiesa postconciliare, ma storicamente non si definiscono sedevacantisti. I Redentoristi Transalpini, invece, hanno ormai imboccato una strada più netta: non riconoscono Leone XIV e rifiutano la legittimità dei papi successivi al Concilio Vaticano II.Chi sono i Redentoristi TransalpiniI Redentoristi Transalpini, oggi Figli del Santissimo Redentore, nascono alla fine degli anni Ottanta dentro l’universo tradizionalista. La loro storia ufficiale fa risalire la fondazione all’8 dicembre 1987, con la benedizione di Marcel Lefebvre e l’incoraggiamento del cardinale Édouard Gagnon, che in quel periodo era visitatore pontificio presso la Fraternità San Pio X. L’anno dopo, il 2 agosto 1988, un giovane sacerdote redentorista e un seminarista della Fraternità diedero vita a una piccola comunità monastica legata alla messa tradizionale e alla spiritualità di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori.Dopo i primi anni tra l’Inghilterra e la Francia, nel 1999 la comunità si stabilì a Papa Stronsay, trasformando l’isola nella propria casa madre. Il loro sito la descrive come un luogo di vita monastica, missionaria e contemplativa: un “deserto” nel Mare del Nord, da cui i religiosi partono per predicare missioni dove vengono invitati.La cosa importante, però, è che questi monaci non sono sempre stati fuori dalla struttura cattolica ufficiale. Dopo una riconciliazione interna nel 2008, nel 2012 il vescovo di Aberdeen Hugh Gilbert li eresse canonicamente come istituto religioso clericale di diritto diocesano. Nel 2016 arrivò anche l’approvazione definitiva delle costituzioni della congregazione.Per anni, quindi, Papa Stronsay ha rappresentato una specie di esperimento: un gruppo nato vicino al mondo lefebvriano, rientrato nella comunione romana sotto Benedetto XVI, autorizzato a vivere secondo la liturgia tradizionale e con una certa autonomia monastica. Ora quel percorso sembra essersi rovesciato.La svolta: “Non riconosciamo Leone XIV”Il passaggio decisivo è arrivato il 2 maggio 2026, quando i Figli del Santissimo Redentore hanno pubblicato un documento di 21 pagine intitolato The Dogma to Steer By. Il testo non è una semplice critica alla gestione della messa in latino o alle aperture pastorali degli ultimi pontificati. È una rottura dottrinale frontale. La comunità sostiene che le strutture della Chiesa ufficiale siano state infiltrate dal modernismo, accusa il Concilio Vaticano II di aver introdotto errori su libertà religiosa, ecumenismo e rapporto con le altre religioni, e arriva alla conclusione che i papi postconciliari non possano essere considerati veri successori di Pietro.Nel documento i Redentoristi scrivono che non bisogna dare riconoscimento giuridico a Leone XIV e ai suoi vescovi, invitano i fedeli a cercare sacerdoti legati alla messa tradizionale e auspicano un “concilio generale imperfetto” formato da vescovi che, secondo loro, avrebbero mantenuto la vera fede cattolica.Qui si capisce perché il caso sia più esplosivo di una normale disobbedienza liturgica. Nel diritto canonico, lo scisma è il rifiuto della sottomissione al Papa o della comunione con i membri della Chiesa a lui soggetti. Non basta criticare un pontefice, contestare un documento o disobbedire su un punto disciplinare. Ma quando un gruppo dichiara di non riconoscere il Papa e costruisce una gerarchia alternativa, la questione cambia natura.Perché vogliono un vescovoLa consacrazione di padre Michael Mary non viene presentata come una provocazione simbolica. Nella lettera con cui il vescovo Pierre Roy annuncia la cerimonia, la motivazione è molto concreta: la comunità avrebbe bisogno di un vescovo vicino, stabile, capace di occuparsi dei fedeli e dei religiosi legati ai Redentoristi Transalpini tra Scozia, Nuova Zelanda, Stati Uniti e altre missioni. Roy sostiene di essere in contatto regolare con loro dal giugno 2025 e di aver chiesto a padre Michael Mary di accettare la consacrazione “per il bene della Chiesa” e della comunità.Detto in modo più semplice: un vescovo serve a garantire continuità. Può ordinare sacerdoti, amministrare cresime, consacrare altri vescovi. In una Chiesa parallela, il vescovo è l’infrastruttura minima per durare. Senza vescovi, un gruppo tradizionalista può celebrare messe finché ha sacerdoti. Con un vescovo, può riprodursi.È lo stesso punto che rese devastante la consacrazione compiuta da Marcel Lefebvre nel 1988 e che oggi rende grave la scelta della Fraternità San Pio X. Non si tratta solo di una messa celebrata contro le regole. È la creazione di una linea episcopale autonoma, sganciata dal Papa.Cosa dice il diritto canonicoIl Codice di diritto canonico è molto chiaro. Il canone 1013 stabilisce che nessun vescovo può consacrare un altro vescovo se prima non risulta l’esistenza di un mandato pontificio. Il canone 1387 aggiunge la conseguenza: il vescovo che consacra senza mandato e il sacerdote che riceve la consacrazione incorrono nella scomunica latae sententiae, cioè automatica, riservata alla Sede Apostolica.Questo significa che, se la cerimonia del 25 luglio andrà avanti, Roma non dovrà necessariamente “creare” la scomunica con un decreto. Sul piano canonico, la pena scatterebbe con l’atto stesso. Un eventuale intervento successivo della diocesi o del Vaticano servirebbe a dichiarare pubblicamente una situazione già prodotta.La diocesi di Aberdeen si è mossa in anticipo proprio per togliere ogni ambiguità. Il comunicato non lascia spazio alla formula spesso usata nei mondi tradizionalisti, quella dello “stato di necessità”: per il vescovo Gilbert non c’è alcun bene della Chiesa da difendere con una consacrazione senza mandato, ma una rottura della comunione.Il legame con i lefebvrianiIl parallelo con i lefebvriani è inevitabile, ma non perfetto. La Fraternità San Pio X è molto più grande, strutturata e internazionale. Secondo Reuters, alla fine del 2025 contava 1.482 membri, tra cui 733 sacerdoti, con seminari e cappelle in diversi Paesi. I Redentoristi Transalpini sono una realtà minuscola, insulare, con una rete molto più limitata.La differenza principale, però, è teologica. I lefebvriani hanno sempre vissuto in una zona di frizione con Roma: rifiuto di molti sviluppi del Vaticano II, contestazione della nuova liturgia, accuse alla Chiesa postconciliare, ma una lunga trattativa con il Vaticano e, almeno fino alla rottura di questi giorni, una posizione non formalmente sedevacantista. I Redentoristi Transalpini, invece, hanno scritto nero su bianco che non bisogna riconoscere Leone XIV e i vescovi in comunione con lui.Per questo Papa Stronsay può diventare il secondo caso in meno di un mese di consacrazione episcopale senza mandato, ma con una qualità diversa. Écône è il ritorno della ferita lefebvriana. Papa Stronsay sarebbe il passaggio di una comunità già riconosciuta da Roma verso un’area sedevacantista dichiarata.Le ombre recenti sulla comunitàNegli ultimi anni il gruppo era già finito sotto pressione. In Nuova Zelanda, il vescovo di Christchurch Michael Gielen aveva ordinato ai Figli del Santissimo Redentore di lasciare la diocesi nel 2024, dopo una vicenda legata ad accuse di abusi spirituali ed esorcismi non autorizzati, accuse che la comunità ha respinto. Nel 2025 la Santa Sede ha respinto l’appello presentato dai religiosi contro la decisione del vescovo.Anche a Papa Stronsay il clima è diventato più delicato dopo la morte di Brother Ignatius Maria, il giovane monaco neozelandese Justin Evans, scomparso ad aprile e ritrovato morto in mare a maggio. Le autorità scozzesi hanno trattato il caso come morte non sospetta, ma la vicenda ha attirato nuova attenzione sulla vita interna della comunità e sul suo isolamento.Questi elementi non spiegano da soli la scelta scismatica, che nasce prima di tutto da una posizione dottrinale. Però aiutano a capire il contesto: una comunità piccola, remota, sotto pressione canonica e mediatica, che negli ultimi mesi ha scelto di interpretare ogni conflitto con l’autorità come conferma della propria lettura apocalittica della Chiesa.Cosa può significare per la ChiesaDal punto di vista numerico, Papa Stronsay non è una minaccia paragonabile alla Fraternità San Pio X. Non ha il suo radicamento, non ha la stessa rete di scuole, cappelle, seminari e fedeli. Il problema per Roma è un altro: in meno di un mese, due soggetti della galassia tradizionalista scelgono o preparano la stessa forma di rottura, cioè la consacrazione di vescovi senza mandato del Papa.Questo produce tre effetti. Il primo è canonico: la Santa Sede potrebbe trovarsi a dover dichiarare una nuova scomunica, dopo quella dei vescovi lefebvriani. Per Leone XIV sarebbe un altro test immediato sulla linea da tenere con i tradizionalisti radicali: dialogo finché possibile, ma nessuna tolleranza quando viene costruita una gerarchia parallela.Il secondo è pastorale. Molti fedeli legati alla messa antica non sono sedevacantisti e non vogliono rompere con Roma. Ogni nuovo scisma, però, aumenta la confusione: chi cerca una liturgia tradizionale può trovarsi davanti a comunità molto diverse tra loro, alcune in piena comunione con la Chiesa, altre in situazione irregolare, altre ancora apertamente ostili al Papa.Il terzo è simbolico. Per anni la crisi tradizionalista è stata raccontata come una tensione interna: una parte del cattolicesimo chiedeva più spazio per la liturgia antica e meno diffidenza verso il mondo preconciliare. Ora una parte di quel mondo sta scegliendo una forma più dura: non chiedere spazio dentro la Chiesa, ma dichiarare che la Chiesa ufficiale ha smesso di essere affidabile. Una piccola isola, una grande feritaPapa Stronsay è minuscola. La comunità dei Redentoristi Transalpini è piccola. La consacrazione del 25 luglio, se avverrà, non sposterà milioni di fedeli. Ma nella Chiesa cattolica i vescovi non sono mai un dettaglio organizzativo. Sono il punto in cui dottrina, sacramenti e autorità si tengono insieme.Per questo Roma guarda a Papa Stronsay con preoccupazione. Dopo Écône, un’altra consacrazione senza mandato direbbe che il conflitto tradizionalista non è finito con i lefebvriani. Sta cambiando forma. E, nei casi più radicali, sta passando dalla nostalgia della Chiesa di prima alla costruzione di una Chiesa alternativa.Tag LEGGI ANCHE L'E COMMUNITYEntra nella nostra community Whatsapp