Grigor Dimitrov ha protestato contro l’arbitro a Wimbledon, citando il precedente identico dello scorso anno con Sinner: la sconfitta e il grave infortunio che non è riuscito evidentemente ancora a superare.

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La carriera di Grigor Dimitrov ha subìto un trauma ancora non superato, e non parliamo di risultati e classifica a picco, quando lo scorso anno a Wimbledon si è gravemente infortunato durante il match di ottavi di finale contro Jannik Sinner. Una partita dominata contro ogni pronostico dal giocatore bulgaro, avanti due set a zero e in pieno controllo anche nel terzo, finché all'improvviso il suo muscolo pettorale si è strappato, costringendolo al ritito. Sinner avrebbe poi preso l'abbrivio per vincere il primo storico Wimbledon per un tennista italiano, mentre Dimitrov sarebbe entrato in un tunnel che dopo una lunga assenza e tante sconfitte al primo turno lo ha portato all'attuale 146sima posizione in classifica.

I fantasmi del passato tormentano ancora Dimitrov: l'infortunio contro Sinner è sempre nella sua mente È evidente che il 35enne ex numero 3 del ranking ATP (posizione raggiunta nel 2017, anno in cui vinse le Finals) non si è più ripreso da allora, complice l'età. Questo Wimbledon è il primo torneo in cui sembra finalmente in un mood positivo (si è qualificato per il terzo turno dove affronterà Matteo Berrettini), eppure il fantasma di quello che gli accadde lo scorso anno con Sinner e dei possibili motivi che lo provocarono continua a perseguitarlo. Lo ha palesato lui stesso quando è sbottato verso l'arbitro dopo aver vinto il terzo set nel match con Mensik giocato giovedì sera, portandosi due set a uno (avrebbe poi chiuso al quarto, qui sotto la conclusione). Il "déja vu" – ovvero la sensazione di vivere nuovamente qualcosa di già vissuto in maniera esattamente identica – si è verificato quando, a causa dell'oscurità, è stata presa la decisione di chiudere il tetto retrattile appena finito il terzo set, il che ha portato a una interruzione non breve. Parecchi minuti durante i quali Dimitrov si è lamentato col giudice di sedia chiedendogli perché non avessero chiuso prima il tetto, mentre giocavano.