Verso le elezioni

Fabrizio Cicchitto

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Da un lato Luciano Violante e dall’altro, nel suo fondo, Aldo Torchiaro sul Riformista hanno spiegato le ragioni della normalità di quanto auspicato da Giorgia Meloni nella sua intervista a Nicola Porro: che un appartenente all’area di centrodestra – o comunque una personalità non collocata nel centrosinistra – possa diventare Presidente della Repubblica. È la normalità della dialettica democratica. Sorprende che, a parte Violante e pochi altri, questa normalità non sia stata riconosciuta dall’area di centrosinistra e anzi le abbia dato alla testa. Quasi tutti gli esponenti del centrosinistra hanno parlato della intenzione della Meloni di realizzare una conquista totale del potere. L’argomentazione potrebbe essere rovesciata a meno che non sia data per buona, a priori, e per definizione, una visione angelicata della sinistra.

Finora l’area di centrosinistra ha sempre fatto carte false affinché un suo esponente diventasse Presidente della Repubblica. Al suo interno si sono aperti scontri durissimi su quale esponente di quell’area dovesse diventarlo: anch’essi – per correnti o per singoli esponenti – hanno perseguito il disegno di una “conquista totale del potere”. Perché chi (partito, corrente o individuo) conquista la presidenza della Repubblica, di per sé acquisisce un’area assai vasta del potere istituzionale, politico e amministrativo. Del resto sono nella memoria di tutti gli scontri durissimi verificatisi a questo proposito non solo nella DC ma successivamente, per paradosso, anche nel PCI. Non a caso a suo tempo Massimo D’Alema spinse Piero Fassino a rilasciare al Foglio una intervista nella quale esponeva per interposta persona il suo programma presidenziale: poi, per la fortuna di quasi tutti, prevalse Giorgio Napolitano.