Francesco Caroli

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Il 3 luglio 1992, alla Camera, Bettino Craxi non si alzò a negare. Si alzò a chiedere alla politica italiana di difendere sé stessa, di rivendicare la propria autonomia di fronte a un potere giudiziario che si stava sostituendo al giudizio degli elettori. «Buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale», disse, e sfidò l’aula a smentirlo, sapendo che nessuno lo avrebbe fatto. Non fu un’ammissione di colpa: fu un atto d’accusa rivolto a un sistema che chiedeva solidarietà, non assoluzione. Nessuno si alzò. Quel silenzio fu il primo, vero momento in cui la politica italiana scoprì di non avere più il coraggio di difendere sé stessa.

Tangentopoli non fu soltanto un’opera di pulizia, ma anche la decapitazione improvvisa di una generazione di classe dirigente, sostituita non da una classe nuova ma da un vuoto, presto occupato da chi giudica più che da chi governa. Da quel momento la qualità della politica italiana entrò in un declino mai più arrestato.

Trentaquattro anni dopo, lo schema si è ripetuto innumerevoli volte: di fronte a decisioni complesse — penso, senza bisogno di nominarli, ai grandi processi di trasformazione urbana che ogni città italiana affronta — la politica continua a scegliere la stessa strada del 1992. Non assumersi la responsabilità della decisione, ma cederla altrove: alla magistratura, ai tecnici, ai commissari. È la stessa rinuncia di allora, in forma più sofisticata.