A prima vista, considerandone i titoli, il referendum in arrivo sulla giustizia si ricollega a quello del 1987 sulla responsabilità civile delle toghe. Per evitare il quale la Dc di Ciriaco De Mica provocò la crisi del governo di Bettino Craxi e la fece chiudere, con l‘aiuto del Pci di Alessandro Natta, con le elezioni anticipate. Seguì il rinvio della prova referendaria, ma di pochi mesi, con uno strappo alla regola di almeno un anno imposto dal pur perdente Craxi. Che si prese la rivincita, con i radicali di Marco Pannella che lo avevano promosso assieme ai socialisti, vincendo il referendum voluto per far cessare il privilegio dei magistrati di non rispondere dei danni che procuravano. Ma fu purtroppo una rivincita effimera, perché la irresponsabilità civile dei magistrati fu di fatto reintrodotta con una legge scrittasi dai magistrati al Ministero della Giustizia col permesso della buonanima del guardasigilli pur socialista Giuliano Vassalli.

A prima vista, dicevo, si torna al 1987. Ma, se non ci si lascia distrarre dai titoli e si scende alla sostanza delle cose, il referendum in arrivo sulla riforma intestata a Carlo Nordio che la premier Giorgia Meloni ha giustamente definito “storica”, è paragonabile a quello del 1985 su tutt’altro argomento apparente: i tagli antinflazionistici alla scala mobile dei salari, apportati nel 1984 dal governo Craxi. Più che su quei tagli, peraltro modesti quantitativamente ma contestati dal Pci ancora di Enrico Berlinguer sino ad imporre al pur recalcitrante segretario generale della Cgil Luciano Lama la promozione di un referendum abrogativo, il referendum era su chi potesse e dovesse governare in Italia. Se il governo, appunto, in un sistema parlamentare, con la fiducia delle Camere, o per i temi sociali i sindacati e il Pci. Vinse l’anno dopo, anzi stravinse Craxi, con Berlinguer ormai morto. Fra le poche località in cui Craxi non vinse cu fu Nusco, il paese irpino di De Mita, che nella campagna referendaria aveva speso poche parole, anzi nessuna.