La scelta più importante della legislatura".

Il 22 e 23 marzo si avvicinano e il Pd alza l'asticella emotiva caricando di significato la consultazione referendaria. A farsi interprete di questo sentimento crescente nel Pd è il presidente dei senatori dem, Francesco Boccia: "Il referendum - sottolinea - non è uno scontro tra destra e sinistra, ma un passaggio decisivo sull'equilibrio tra i poteri e sulla qualità della nostra democrazia costituzionale".

Mentre la campagna sta entrando nella fase calda, si avvicinano anche i confronti pubblici diretti: il prossimo mercoledì, ad esempio, duelleranno sul tema a Palermo il ministro della Giustizia Carlo Nordio ed il leader dei Cinque stelle Giuseppe Conte. Mentre per il 17 marzo è in programma su Sky quello fra Nordio e il presidente del "Comitato Giusto dire No", Enrico Grosso. "Non è un referendum sul governo ma per una giustizia giusta", dice anche il vicepremier e leader azzurro Antonio Tajani. Con il ministro Tommaso Foti, anche Fratelli d'Italia prova a scongiurare la lettura politica del quesito, insistendo sulla necessità che gli italiani giudichino la riforma "nel merito"."La sinistra - controbatte Foti - ha tutto l'interesse a creare confusione perché, nel merito, questo referendum vede larga parte dell'elettorato di sinistra, non solo di centrodestra, favorevole alla riforma. La separazione delle carriere è stato un tema trasversale nell'arco politico italiano. Si preferisce buttarla in politica e far diventare questo appuntamento un referendum contro Meloni". Quasi a voler esorcizzare questo rischio, il leader di Noi moderati, Maurizio Lupi, ributta la palla nel campo avversario: "Se vince il Sì rischia di saltare il campo largo, perché a sinistra comincerà lo sport in cui sono più bravi, cioè farsi del male da soli. Inizierà la resa dei conti e tutti quelli che sono stati 'costretti' a votare No, come ad esempio i riformisti dem, verranno allo scoperto".