Lo hanno prelevato, scortato, accudito, portato in trionfo. Come se quel fucile da guerra fosse uno scettro o un totem, uno «strumento simbolo di potere, evocativo di forza». Lo hanno protetto fino alla fine, nascondendolo sotto un’auto, per poi provare a recuperarlo in un secondo momento. Sono i complici dell’uomo nero, quello che stringeva il mitra tra la folla: hanno operato una sorta di staffetta, andando su e giù da piazzetta Montesanto, rimanendo sempre e comunque accanto al 39enne che brandiva il mitragliatore. Sono gli uomini (e le donne) che hanno gestito il kalashinokov, in quella manciata di minuti di violenza che si è abbattuta a pochi passi dalla stazione della Cumana. Al netto dei tre soggetti in cella per armi e camorra, per i quali è prevista oggi la convalida del fermo dinanzi al gip Minio, è logico pensare che la Procura punti a fare chiarezza anche sulla rete di fiancheggiatori dell’uomo nero. Inchiesta condotta dal pm Alessandra Converso e dall’aggiunto Sergio Amato, si scava sulla rete di protezione riservata a Emanuele Iaccarino, il 39enne identificato come l’uomo vestito di scuro con il volto travisato da un berretto di baseball che fa la sua comparsa in piazza nella fase cruenta di una zuffa.
Spari a Montesanto, pm a caccia dei “custodi” del mitra: «È un simbolo di potere»
Lo hanno prelevato, scortato, accudito, portato in trionfo. Come se quel fucile da guerra fosse uno scettro o un totem, uno «strumento simbolo di potere, evocativo di forza». Lo hanno...







