Girava armato quattro giorni prima di impugnare quel mitragliatore. Custodiva un coltello da combattimento (modello karambit), probabilmente era consapevole di potersi ritrovare al centro di una zuffa. Quattro giorni prima di fare quella passerella in favore di telefoni cellulari, Emanuele Iaccarino era stato denunciato per il possesso del coltello, nonostante avesse provato a fornire una giustificazione ritenuta poco credibile. Eccolo Emanuele Iaccarino, lo scorso 26 giugno, in via Francesco Saverio Correra, non lontano dai vicoli a ridosso di piazzetta Montesanto, dopo essere finito nelle maglie di un posto di blocco dei carabinieri. Un controllo ordinario, dal quale emerge un retroscena non secondario: Iaccarino girava armato, aveva un coltello, probabilmente perché era consapevole del fatto che l’atmosfera nei suoi confronti si era surriscaldata negli ultimi giorni.
I fatti Un prequel che aiuta a spiegare cosa accade lunedì scorso a pochi passi dalla stazione di piazzetta Montesanto. In pochi minuti, Iaccarino decide di impugnare un’arma da combattimento. Un mitragliatore di fabbricazione russa, il famigerato kalashnikov, probabilmente per intimidire i rivali di una zuffa ma anche per esercitare pressione nei confronti di chi gli sta dando filo da torcere da qualche giorno. Ed è così che nel giro di pochi giorni, passa dal karambit al kalashnikov, dal coltello a serramanico al micidiale Ak47, in una traiettoria che è tutta da ricostruire. Difeso dal penalista Ciro Arino, Iaccarino rimane in cella, dopo che il gip di Napoli ha convalidato il fermo emesso dalla Dda di Napoli. Resta in carcere assieme al Giuseppe Truiolo (difeso dall’avvocato Rocco Maria Spina), che è sotto accusa per i colpi esplosi in aria lunedì scorso nel corso della rissa tra gruppi rivali (viene invece scarcerata Arianna Rossetti, difesa dall’avvocato Arino), ma lo scenario investigativo è ancora tutto da esplorare.Omicidio a Porta Capuana: ragazzo di 30 anni ucciso a colpi di pistola in centro (Neaphoto Antonio Di Laurenzio)Manca il movente della rissa e degli spari, ma anche della passerella armata fatta da Iaccarino, ben sapendo di essere sotto gli occhi (e i cellulari) di una parte del suo quartiere. Restiamo all’udienza di convalida che si è tenuta venerdì mattina. Come hanno giustificato il possesso di armi i due protagonisti dei fatti di piazza Montesanto? Sentiamo le loro parole, quelle messe agli atti nel corso dell’interrogatorio di convalida. Iaccarino: «Il kalashnikov? Non è mio. L’abbiamo trovato nel giardino nei pressi della nostra abitazione, l’ho portato a casa per evitare che qualcuno lo adoperasse. Quel pomeriggio lo sono andato a prendere con un solo obiettivo: quello di evitare che sparisse dalla mia abitazione».Napoli, omicidio a Porta Capuana: ragazzo di 30 anni ucciso a colpi di pistola in centro (Neaphoto Antonio Di Laurenzio)Iaccarino ha anche aggiunto: «Non lo so usare, lo tenevo solo con me, come emerge anche dal fatto che alcune persone si sono avvicinate a me, ben sapendo che mai avrei potuto usarlo, perché non ho mai maneggiato quell’arma». Più o meno la stessa versione resa nel corso degli interrogatori dinanzi al giudice da altri protagonisti di questa vicenda. Ricordate il caso di Giovanni Calvanese? È stato il primo a finire in manette, perché - nel corso delle indagini successive agli spari all’esterno della cumana - è stato trovato in possesso di un’arma. I racconti Un revolver. Ebbene? Difeso dal penalista Gaetano Inserra, al giudice ha spiegato: «Il revolver? Non era mio. L’ho trovato in un tombino nei pressi di Miano, sono in cura in un sert, ho notato un pacco a terra spuntare dal tombino, l’ho preso e ho trovato la pistola. Mia intenzione era quella di venderla». Parole che ovviamente non hanno convinto il giudice, come emerge dal provvedimento firmato venerdì sera dal gip Emilio Minio, che chiede alla Procura di approfondire la questione del movente. Stando al racconto reso da Truiolo, la lite di lunedì sarebbe scoppiata per qualche sguardo di troppo da parte di gente di Montesanto che guardava con ostilità la presenza in zona di un soggetto proveniente da un altro quartiere. Inchiesta condotta dal pm Alessandra Converso e dall’aggiunto Sergio Amato, si punta a capire cosa ha scatenato la corsa alle armi in una zona come Montesanto.










