A Montesanto non sopportano Giuseppe Truiolo perché non è del quartiere e va in giro con una moto di grossa cilindrata. Poi, nel pomeriggio di lunedì 29 giugno, la situazione è degenerata con «una serie di reciproci sguardi minacciosi» ha innescato la scintilla che ha provocato la rissa e il raid a mano armata nel cuore della città.

La genesi della lunga sequenza di violenza immortalata nei filmati divenuti virali sul web è stata ricostruita così, davanti al giudice, dai suoi protagonisti principali: Truiolo, il trentenne ripreso mentre esplode un colpo d’arma da fuoco in aria, e suo cognato, Emanuele Iaccarino, 39 anni, l’uomo che dopo la zuffa si aggirava in strada con un mitra Ak47 in pugno. Entrambi hanno sostenuto di aver agito solo per difendersi. Truiolo ha aggiunto che la pistola era a salve. Iaccarino ha affermato di aver trovato il kalashnikov «in un terreno nei pressi di casa» e di averlo mostrato «per paura e per difendere la mia famiglia». Ma restano in carcere.

Il gip Emilio Minio ha convalidato il fermo disposto dalla pm anticamorra Alessandra Converso e ha ritenuto sussistente anche l’aggravante mafiosa: hanno agito, scrive il giudice, con «modalità chiaramente camorristiche», certi della loro «impunità».