Alessandro Ceni, I bracciali dello scudo. Poesie (1983-2023), edito da Crocetti (pp. 118, euro 272), riunisce quarant’anni di poesia di un autore in cui la fisica del mondo è conflitto per l’esistenza e il respiro di questo conflitto è epos, canto corale in cui la soggettività è un punto del paesaggio, e si costituisce, in questa marginalità, come centro di un essere nel mondo naturalmente tragico.
IL MONDO di Ceni pone alla stessa altezza esperienziale uomo e animale, piccolo e grande, ed è dominato dal tempo materiale del fiume, flusso di ungarettiana memoria in cui le soggettività sono immerse e lottano. Il fiume scorre lineare ma in immagine è sinottico, poiché dei vivi svela subito la consistenza ultima – osso, scheletro – che li annuncia detrito: l’estate produce rumore di collisioni ed è qualificata come rompiossa («clanga / l’estate assoluta / ossifraga»). Si potrebbe temere la deprimente scorciatoia di un oggettivismo che rimuove il sentimento del singolo, tipica di molta poesia contemporanea. Invece no: qui il sentire di tutti gli individui e direi persino degli elementi «isolati, nessuno non colpevole, / adatti a mescolarsi» caratterizza un fluire in cui l’intransitivo si rivela transitivo («solo i prossimi fiumi e il grano /… / ondeggiano le gambe di una spia») fino al capovolgimento di soggetto e oggetto nell’azione («non alzano la voce i / fiumi si battezzano in bambini sgelati»), in uno svelarsi sintattico e sostanziale di inattese corresponsabilità. A metamorfosi e svelamento della natura corrisponde infatti in questa poesia un analogo processo della lingua: i sostantivi, ad esempio, cambiando genere paiono regredire ad una loro verità arcaica («le albere / lungo le prode / di un bosco» ricordano il femminile latino arbor, ma anche gli alberi femmina celtici, connessi ad antiche divinità naturali).






