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Ultimo aggiornamento: 7:35
Un libro di poesia, nel 2025, è già di per sé un atto politico. Una resistenza, un’affermazione che rifiuta la bulimia del consumo narrativo e la logica del fast-food editoriale. Ma l’ultima fatica di Matteo Bianchi, Christopher (Interlinea), va oltre. È una scommessa giocata sul tavolo verde della malinconia più acuta, quella che affonda le mani nei calcinacci della Storia e nei brandelli delle vite marginali.
Non aspettatevi i versi sussurrati, i vezzi lirici da salotto buono. Qui siamo in trincea. Siamo di fronte a un’ibridazione dolente e precisa, dove la parola è un bisturi affilato e non un orpello. Bianchi, giornalista de Il Sole 24 Ore e Left, filologo formatosi su Corrado Govoni e autore di saggi come Il lascito lirico di Corrado Govoni (Mimesis, 2023), ma soprattutto erede – non solo ideale – di Roberto Pazzi, non cerca l’applauso facile. Cerca i margini, i rottami preziosi, le figure che hanno detto no.
La struttura è un trittico, quasi un polittico affrescato sul muro di un bar parigino a notte fonda. Un poème en prose a stazioni, suddiviso in quattro “soglie”— del sé, dell’amore, dell’inappartenenza, della memoria —, che non scandiscono un tempo cronologico, ma simbolico. Tre anime apparentemente distanti, tre declinazioni della sconfitta che, lette da Bianchi, diventano le stigmate di un’identica, ostinata, fragilità irriducibile: Christopher Channing, l’artista queer, il notturno, il guitto, l’attore che si muove in bilico tra il nudo esibito e la maschera di cipria, tra la lingua di Manchester e la malinconia parisienne. La sua è la resistenza del corpo che si fa linguaggio, dell’identità che rifiuta l’etichetta borghese. È l’emblema di una vita ai margini. In Channing si annida il desiderio di non omologazione che è proprio di chi, per esistere, deve inventarsi ogni giorno, frantumando il genere biografico per restituirci visioni dense tra carne e mito; Roberto Pazzi, il maestro. L’intellettuale esemplare. La figura che nel panorama culturale attuale è a malapena un fantasma, l’ultimo alfiere di una cultura che rifiuta il consumo e la finzione. Pazzi, di cui Bianchi dirige il Centro Studi, è il punto fermo etico, il peso specifico che misura la distanza siderale tra il Pensiero e il chiacchiericcio da talk-show. È il silenzio eloquente contro il rumore del vuoto. La poesia qui si fa dialogo con un maestro; Napoleone Bonaparte, non il generale di Austerlitz, non la macchina da guerra, ma il vinto dell’Elba, l’esule, il nostalgico rifugiato nella propria disfatta, colto in prose rade, quasi da taccuino. La figura storica viene spogliata del mito per rivelare l’uomo che resiste a scomparire. È l’imperatore detronizzato che ci ricorda che la vera grandezza non è nella vittoria, ma nell’ostinazione a non annullarsi, anche quando si è ridotti a una zolla d’esilio.






