Quando la volontà di giustificare tramite nessi logici il crollo evidente del tessuto sociale viene meno, o peggio, non è più credibile, si oppone una trasfigurazione lirica della crisi, “In absentia” (Interlinea, 2025, pp. 96, euro 14). È scaturita dal frastuono di un ventennio dato in pasto alle apparenze, la nuova raccolta di Alessandro Canzian, in cui la decadenza virale si diffonde dai fondamenti del linguaggio a una dimensione individuale più organica, sino a una collettività idealizzata, a un’Europa che non c’è. “In absentia” è tra le novità che la casa editrice novarese ha presentato al Salone del Libro di Torino per festeggiare i trent’anni di attività.

Una voce al balcone

Curare la scelta di ogni singola parola, quasi fosse inevitabile, significa curare i propri pensieri ai limiti dell’ossessione: l’impianto tripartito del libro – “Minimalia”, “Sul fondo”, “In absentia” – connota la brevità non come scorciatoia espressiva, ma campo di tensione tra attenzione e assenza, oscillando tra il bisogno di confessarsi all’altro da sé, allo straniero salvifico, e la reticenza di non essere all’altezza delle sue stesse aspettative. Ridotta all’osso e resa inevitabile, la parola poetica cattura sia i particolari minimi sia gli spettri maggiori – storici e morali – che determinano l’orizzonte di una soggettività plurima, ma priva di un’identità centrata e sostanzialmente fragile. “Ha tutti i denti rotti / come un vecchio di montagna / sotto i bombardamenti / non ha senso chiedersi la fine”.