C'è una donna stilizzata con la testa mozzata che svanisce. È il logo di “Meglio una di meno che una femminista di troppo”, gruppo Facebook (ora chiuso) che contava 54 mila iscritti. Il nome è la parodia macabra di un movimento che in Argentina è nato come grido collettivo contro la violenza di genere. “Non una di meno” significa non una vita in meno, non un’altra donna ammazzata. Quella frase, qui, è stata capovolta e trasformata in un auspicio. Accanto al nome, è persino inserito il simbolo Trademark, utilizzato per identificare un prodotto o un servizio di un marchio di fatto, in fase di registrazione. Non è la prima volta che un gruppo di questo tipo emerge dalla piattaforma. Nell’estate del 2025 Meta ha chiuso “Mia moglie”, un gruppo in cui 32 mila iscritti si scambiavano foto e video intimi delle proprie compagne senza il loro consenso, dopo che la vicenda aveva attirato l’attenzione dei media e una valanga di segnalazioni. “Meglio una di meno” non mirava a raccogliere materiale esplicito ma a costruire una narrazione che si inserisce nello stesso ciclo, fatto di comunità che crescono nell’ombra dei gruppi chiusi per alimentare la violenza di genere online. Eppure, la pagina non è sempre stata quello che è oggi. Nasce come community di gaming online, tanto che il suo nome, fino al suo recente cambio avvenuto l’11 giugno era “PS5 Italia”. A gestirlo è una donna, Valentina Princi. Tra le informazioni pubbliche la pagina si presentava come un’associazione con sede a Torino che vuole «educare tua figlia» e proteggere donne e bambini «dal femminismo e dalla propaganda woke». La verità, si legge, «non è odio».Alla pagina principale, che era accessibile solo agli iscritti, si affianca un’appendice pubblica e più piccola. Per alcune ore è non stata raggiungibile dopo un’ondata di segnalazioni sui social che ne ha portato alla chiusura. La pagina secondaria di “Meglio una di meno” offre una finestra sugli interessi che gravitano intorno a quel mondo. Ci sono account dedicati all’insegnamento delle tecniche di seduzione maschile, Pro Vita & Famiglia Torino, media e creator di estrema destra come Esperia, Galt Media e Fashowopinion, quest’ultima già oggetto di un’inchiesta di Report per le posizioni revisioniste sul 25 aprile e sul fascismo. Segue la pagina “Cara, sei femminista”, che ha recentemente pubblicato cinque proposte destinate ai Comitati Costituenti di Futuro Nazionale, in fase di redazione del programma elettorale del partito, nella sezione dedicata alla “violenza femminista e woke”. C’è anche Turning Point USA, l’associazione conservatrice fondata da Charlie Kirk. Ed è presente fra i seguiti un solo politico italiano, il generale Roberto Vannacci, le cui recenti dichiarazioni si trovano in sintonia con il sentimento della pagina. In occasione dell’Assemblea costituente di Futuro Nazionale, svoltasi la settimana scorsa, il generale ha infatti dichiarato che «il femminicidio non esiste, è un omicidio come tutti gli altri». Eppure, lo stesso Stato italiano ha dovuto fare i conti con un pattern che emergeva dai dati sulle morti violente. Su 70 omicidi commessi all’interno di una relazione di coppia nel 2024, 62 vittime erano donne. E in questo contesto, il 17 dicembre 2025 è stato introdotto e approvato all’unanimità dal Parlamento il reato autonomo di femminicidio, ancora oggi contestato sulla sponda di gruppi online che tra post, video e commenti diffondono una narrazione che sminuisce la violenza di genere e rafforza stereotipi che da anni associazioni e centri antiviolenza cercano di contrastare.