Dalla diffusione non consensuale di immagini ai deepfake sessuali, dall’hate speech al cyberstalking: la violenza digitale di genere è un fenomeno sempre più diffuso e ancora troppo sottovalutato. Il caso di piattaforme come ‘Mia moglie’ e ‘Phica.eu’, ma anche che chiudere un gruppo social (cosa, per altro, difficile) non basta a risolvere il problema: serve, invece, un cambio di rotta culturale e leggi che tutelino le vittime. Nasce da questa consapevolezza “Libere anche qui”, la campagna nazionale sul consenso digitale e sul contrasto alla violenza di genere online, presentata al Senato della Repubblica e che a Brescia ha visto la prima tappa di una mobilitazione nazionale lunedì 22 giugno.

"La violenza digitale non crea dal nulla sessismo, controllo, prevaricazione e cultura del possesso: li rende più veloci, più visibili e più difficili da contrastare. Per questo non basta chiudere un sito o indignarsi di fronte all’ultimo caso, serve affrontare le radici culturali di questa violenza, promuovere una cultura del consenso e costruire strumenti capaci di garantire libertà e rispetto anche negli spazi digitali”, spiega Anna Frattini, assessora alle Pari Opportunità del Comune di Brescia, promotrice della campagna insieme a Valeria Campagna, Lucrezia Iurlaro, Giulia Pelucchi e Laura Sparavigna.