L’appello della ventisettenne di Sanremo: proteggete me e la bambina dentro l’ambasciata d'Italia al Cairo

Nessy Guerra, quando ha capito che non era una visita, ma l’inizio di un altro incubo?«Alle tre hanno citofonato con insistenza. Ho avuto paura che fosse il mio ex marito Tamer. Poi ho risposto: erano poliziotti. Mi hanno detto di vestirmi in fretta perché io e mia figlia dovevamo seguirli in commissariato».

Ha temuto l’arresto?«Sì. Ho chiesto in forza di quale mandato dovessimo seguirli. Non mi hanno mostrato nulla. Intanto cercavo di tranquillizzare mia figlia, che era stata svegliata nel cuore della notte. Ho chiesto che potessero venire i miei».

Come si spiega a una bimba di tre anni una notte così?«Non si spiega. È stato tremendo. Una bimba svegliata alle tre e portata in commissariato tra divise, persone ammanettate che urlavano e paura. Lei non deve vivere così. Non deve stare tra adulti che decidono della sua vita come se fosse un pacco. Mi guardava e io dovevo fingere calma».Poi che cosa è accaduto?«Mi hanno detto che il mio ex marito doveva vedere la figlia. Io continuavo a chiedere l’atto, ma inutilmente. Hanno provato a prendermi il telefono. Mi sono opposta: dovevo chiamare i miei avvocati. Era l’unico filo con l’esterno».Quando sono arrivati i diplomatici italiani ha pensato che l’incubo fosse finito?«No, non subito. Quando sono arrivati la console e l’ambasciatore ho chiesto anche a loro se avessero visto un ordine della procura o qualcosa che giustificasse il fatto che io e mia figlia fossimo trattenute lì. I miei legali continuavano a ripetermi che Tamer non aveva alcun titolo per farmi restare in commissariato solo per vedere la bimba. Anche loro mi hanno detto che non avevano in mano atti. Eppure eravamo ancora lì: mia figlia sveglia da ore, noi sedute su un divano, in una stanza, senza che nessuno mi spiegasse perché fossimo state portate via da casa in quel modo».Cosa ha fatto scattare il rientro a casa?«Ho dovuto firmare un documento in cui giuro di non abbandonare il domicilio finché non finiranno i processi. Ma casa mia ormai non è più segreta. Temo che Tamer possa trovarci. È come se mi avessero detto: non vai da nessuna parte. Non sono libera».Perché ha firmato l’atto?«Perché c’era mia figlia. In quel momento pensi solo a sopravvivere e a non essere separata da lei. Ora ho paura soprattutto per lei: l’hanno fotografata per identificarla e non capisco perché. Non è ricercata, ha tre anni».Il suo ex marito era lì?«Per ore ci hanno detto che lo aspettavano. Tutto ruotava intorno a questo: farlo arrivare, fargli vedere la bambina, decidere che cosa sarebbe successo. Di Tamer però non c’è stata traccia in commissariato. Il mio avvocato egiziano l’ha visto in tribunale per una causa che ha con il padre».Cosa teme di più?«Che tornino, che io finisca in cella e lei chissà dove, magari dal padre. Posso sopportare tutto, ma non che mi separino da lei. È il pensiero che mi blocca il respiro ogni volta che sento un rumore fuori».Che cosa chiede all’Italia?«Di essere messa al sicuro con mia figlia, anche con un trasferimento all’interno dell’ambasciata italiana al Cairo. Però mi è stato risposto che non è possibile».Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani ha annunciato la richiesta di grazia all’Egitto. «Spero nella grazia e che l’Italia riesca a riportarci a casa. Ma ho bisogno di protezione ora. Non chiedo privilegi, ma sicurezza. Non lasciate una cittadina italiana e una bimba qui, dentro una vicenda che può precipitare da un istante all’altro. Vorrei parlare con il ministro Tajani».Che cosa vorrebbe dirgli? «Non basta dire: “Nessy è stata rilasciata”. Siamo in casa, ma ho firmato che non posso lasciarla. Ogni porta che si apre può essere l’inizio di un altro incubo. Voglio tornare in Italia con mia figlia, ma intanto voglio essere protetta dal mio Paese».