Venezuela.02 luglio 2026 alle 01:37
Caracas.
Dopo la rabbia, arriva la resa. Una settimana dopo il terremoto che ha distrutto la zona costiera a nord di Caracas, la popolazione colpita ha perso quasi tutte le speranze di ritrovare i propri cari. Rassegnata, piange angosciata nelle strade, trasformate in accampamenti di fortuna, sporchi di fango dopo le violente piogge delle ultime ore, con le tende e i materassi zuppi d’acqua, abbandonati a loro stessi, vicino alle montagne di calcinacci. Gli sfollati in situazione di grande disagio sono tantissimi: le Nazioni Unite hanno stimato che l’emergenza possa «coinvolgere fino a mezzo milione di persone» e hanno lanciato un appello per la raccolta di fondi, sottolineando che le risorse attuali «non saranno sufficienti a coprire l’intera portata del disastro».
Migliaia di famiglie hanno perso tutto, i loro cari, le loro case. I ruderi, quello che è rimasto delle loro abitazioni, sono in balia degli sciacalli, che da giorni razziano di tutto. A questi delinquenti si sono uniti anche molti agenti di sicurezza, come denuncia da giorni coraggiosamente la stampa indipendente. Un fenomeno fisiologico se si pensa alla miseria in cui vivono ampie fasce della popolazione, compresi i lavoratori statali, anche prima del terremoto. Ma nelle ultime ore, per la prima volta, anche il governo ha riconosciuto il problema. Nei giorni successivi alla tragedia, le autorità chaviste hanno esaltato l’eroismo del popolo unito e le valorose forze armate bolivariane. Ieri invece la svolta: il potentissimo ministro dell’Interno, Diosdado Cabello ha riferito dell’arresto di 4 agenti accusati di saccheggio durante i soccorsi.














