Mercoledì 1° luglio, a Doha, tra iraniani e americani, gli arbitri sono stati i mediatori pakistani e qatarini. Hanno fatto spola tra delegazioni per colloqui tecnici ai quali non hanno preso parte nemmeno Jared Kushner e Steve Witkoff, gli emissari che hanno incontrato il primo ministro al Thani per discutere del cessate il fuoco regionale, da Beirut a Teheran.
I media americani l’hanno capito prima degli altri che questi in corso sono solo low-level talks, colloqui di basso livello: i veri negoziati, quelli destinati a riportare la stabilità con un’intesa politica, non hanno ancora né una data, né una sede. Non c’è sul calendario una data cerchiata per l’incontro decisivo.
A confermarlo, c’è una dichiarazione del vice ministro degli Esteri iraniano, Kazem Gharibabadi, che ha spiegato mercoledì che «non appena ci saranno le condizioni necessarie» verranno istituiti «gruppi di lavoro per monitorare i progressi del memorandum».
Insomma, «i negoziati non sono ancora iniziati» e sciiti e repubblicani continuano a essere due corpi estranei. Quella andata in scena in Qatar negli ultimi giorni sembra un’ennesima prova non superata: anzi, peggiore delle precedente.
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