«Con la mia elezione si è chiusa una fase storica. Mi auguro che si sia chiusa anche una fase di eccessiva dipendenza italiana dalla storia del passato. Un passato abbastanza lungo, durato più o meno quarant’anni. Il quadro politico internazionale è radicalmente mutato con la caduta del muro di Berlino nel 1989, ma il quadro politico interno è rimasto a lungo influenzato dalla storia precedente. Mi auguro che anche attraverso lo sforzo che sono intenzionato a compiere al Quirinale si possa ragionare in termini diversi e possa realizzarsi in Italia quel che nel mio messaggio alle Camere ho definito il tempo della maturità per la democrazia dell’alternanza».
Dunque, non le suonerebbe strano se il suo posto, un giorno, fosse occupato da un uomo proveniente dalla storia della destra? «Assolutamente no. Lo troverei assolutamente fisiologico. Quel che conta per chi sia eletto presidente è saper rappresentare tutto il paese».
Questo mi disse al Quirinale Giorgio Napolitano qualche mese dopo la sua elezione avvenuta il 10 maggio 2006. La sua affermazione vent’anni dopo fa molto riflettere sul panico che si è diffuso a sinistra all’idea che questa prospettiva prenda corpo, soprattutto dopo che il 29 giugno Giorgia Meloni ha detto una frase scontatissima: «Si può rompere il tabù di un presidente della Repubblica di destra». La frase di Napolitano avveniva alla fine di un lungo colloquio in cui avevamo ripercorso tutta la sua storia. Ricordammo che nel 1996, prima di entrare nel suo studio al Viminale, restai fermo qualche istante sulla soglia e gli dissi che mai mi sarei aspettato di vederlo lì, nell’ufficio che era stato di Mario Scelba.












