Cosa si prova a stare in carcere? Per la maggior parte delle persone la risposta può arrivare solo dall’immaginazione, ma è difficile comprendere davvero il peso psicologico dell’isolamento e dello stigma sociale, quando non li si sperimenta in prima persona.
Da questa riflessione nasce lo studio Between the bars: Virtual reality and physical prison simulations link to reduced prejudice against incarcerated people, pubblicato su Computers in Human Behavior dai ricercatori del MIBTEC, Mind and Behavior Technological Center, del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Milano-Bicocca: Marco Marinucci, Paolo Riva, Teresa Traversa e Maria Elena Magrin.
«Il carcere è una delle forme più estreme di esclusione istituzionale», spiega Marco Marinucci, docente dell’Università di Milano-Bicocca e Senior Research Associate presso la University of East Anglia (UK). «Se vogliamo parlare seriamente di riabilitazione e reinserimento, dobbiamo anche capire come la società guarda alle persone detenute. Ridurre il pregiudizio non è solo una questione di atteggiamenti individuali, ma riguarda anche le condizioni che possono favorire o ostacolare il ritorno alla vita sociale: l’accesso alla casa, al lavoro e alle relazioni sociali».







