C’è un momento, in ogni grande disastro industriale, in cui il dolore legittimo delle vittime incontra una domanda fredda di diritto. A Viareggio quel momento dura da diciassette anni. La notte del 29 giugno 2009 un treno merci carico di Gpl deraglia per il cedimento di un assile corroso; il gas esce, esplode, incendia un quartiere intero a ridosso della stazione. Trentadue persone muoiono. Il 25 giugno 2026 la Quarta sezione penale della Cassazione chiude il caso: confermata la pena di cinque anni per Mauro Moretti, ex amministratore delegato di Ferrovie dello Stato e di Rfi, che entra in carcere a settantadue anni.

Su un punto non c’è e non deve esserci ambiguità: la strage è reale, le responsabilità accertate, il diritto delle famiglie a una verità giudiziaria è sacrosanto. La questione che si apre non è se un vertice possa rispondere – certo che può – ma quando, per quali atti, con quale nesso tra decisione, potere ed evento. È su questo confine che il caso Moretti diventa qualcosa di più di una vicenda processuale: diventa un test sul modo in cui l’Italia giudica le grandi organizzazioni.

Una colpa che risale i rami

La traiettoria del processo racconta da sola lo smarrimento. In primo grado il Tribunale di Lucca aveva escluso la responsabilità di Moretti come amministratore della holding: il mero esercizio dei poteri di direzione e coordinamento non basta a fondare una posizione di garanzia. La Corte d’appello di Firenze ribalta, qualificandolo «amministratore di fatto a tutti i livelli». La Cassazione esclude gli indici dell’amministrazione di fatto, ma – anziché chiudere – costruisce una via nuova: non una condotta omissiva, bensì una condotta commissiva, per aver «imposto a livello di gruppo» l’inosservanza della regola cautelare sulla tracciabilità in virtù di una precisa scelta aziendale di risparmio. Nasce così la formula dell’«esercizio colposo dei poteri di direzione e coordinamento».