La recente sentenza della Corte di Cassazione, che ha posto la parola fine al processo per il disastro ferroviario di Viareggio, merita un’ulteriore riflessione, e non solo perché oggi ricorre il 17esimo anniversario dell’evento.
Nei giorni immediatamente successivi alla sentenza alcuni esponenti del mondo politico hanno espresso una critica che, a mio avviso, appare semplicistica e fuorviante con riguardo alla condanna dell’ex amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato, Mauro Moretti. In particolare, hanno parlato di “responsabilità oggettiva” del manager. Ma nulla risulta più distante dalla realtà giuridica.
La responsabilità oggettiva significa rispondere di un fatto soltanto perché si occupa una determinata posizione, indipendentemente da qualsiasi colpa. È un principio estraneo al diritto penale moderno.
La Cassazione non ha affermato questo, essendosi limitata a ribadire un principio molto diverso e assai più importante: chi ha accettato di svolgere dei compiti al vertice di una complessa organizzazione aziendale non può trasformare la complessità stessa in uno scudo dietro cui nascondersi.
È proprio questo il punto che sembra sfuggire a molti commentatori. Se si accettasse la tesi secondo cui l’amministratore delegato di una grande impresa non risponde perché “non può sapere tutto”, si arriverebbe ad una conseguenza paradossale: più grande è l’organizzazione, minore sarebbe la responsabilità di chi la dirige. Sarebbe una sorta di immunità costruita sulle dimensioni dell’azienda e un principio non soltanto giuridicamente insostenibile, ma socialmente devastante.











