Un biopic mai realizzato, una miniserie sulla sua vita ancora in elaborazione, un ritorno alla Warner festeggiato tra il 2022 e il 2025 con la compilation Finally Enough Love, il Celebration Tour, due album di remix/inediti e la riedizione di Confessions on a Dancefloor. Madonna sembra avere impegnato gli ultimi anni a riappropriarsi del suo passato: un gesto in genere eluso dai linguaggi della pop music, modellati sull’imperativo estetico postmoderno a vivere in un eterno presente e a farsi medium della giovinezza immutabile del contemporaneo incarnata dalle star, che vanno sostituite prima che l’invecchiamento vanifichi la feticizzazione del loro corpo.
NON DIMENTICHIAMO però che da fine anni Ottanta, quando con Like a Prayer la sua ascensione allo status di popstar era ormai definitiva, il mantra di Madonna è stato non guardarsi indietro ed esplorare nuovi territori musicali ed estetici (dalla house di Erotica all’r&b di Bedtime Stories, dal trip-hop di Ray of Light alla folktronica di American Life, dalla nu-disco di Confessions alla world music di Madame X).
Confessions II (in uscita il 3 luglio) sembra trovare una mediazione tra le due anime di quest’artista che ha sempre mostrato una capacità rabdomantica di tradurre la complessità del contemporaneo in armonie semplici e messaggi iconici: la riappropriazione di sé, della sua storia e della storia delle comunità che ha attraversato (in particolare quella Lgbtqia+) passa dalla fase di celebrazione a quella di creazione. Il passato non è una serie di oggetti da esporre nelle teche della memoria, ma un groviglio di esperienze da rivitalizzare facendo diventare il loro groove ritmo del presente. Madonna descrive quella rivitalizzazione allo stesso tempo come una forma di channeling (che riporta in vita ciò che è morto) e di healing (che rielabora i traumi del passato). Ma può la musica da dancefloor essere offerta come strumento di risignificazione e di cura?







