di

Andrea Laffranchi

È uscito il nuovo disco di Madonna «Confession II»

Succede tutto lì. Sulla pista. Lì si balla. Lì si suda. Sulla pista, insomma, accade la vita. Madonna ci porta di nuovo fra i decibel e le luci di un club per «Confessions II», il suo nuovo album disponibile da oggi, secondo capitolo di quel «Confessions on a Dance Floor» del 2005 in cui faceva sue la musica dance e disco degli anni 70-80. È fra quelle mura che si sviluppa la cosmologia della regina del pop. È il concept che sta dietro a questo album, messo a manifesto nell’intro recitata di «One Step Away». «La gente pensa che la musica dance sia superficiale, ma si sbaglia di grosso. La pista da ballo non è solo un luogo, è una soglia: uno spazio rituale dove il movimento sostituisce il linguaggio», dice Madonna prima di immergersi in un’atmosfera deep house. L’idea che si sviluppa nel disco è che solo in quel luogo ci possa essere libertà, si possa essere veramente chi si vuole essere.

L’album del 2005 è stato l’ultimo con cui Madonna è riuscita a dettare la linea al resto dell’universo pop. Quello che faceva lei, i suoni e i produttori che sceglieva, finivano per diventare dei trend. Se dire che da allora ha copiato è lesa maestà, è innegabile che negli ultimi tempi si sia messa al passo con quello che già funzionava altrove. Qui non sembrano esserci potenziali hit come «Hung Up» (non lo è nemmeno «Bring Your Love» con Sabrina Carpenter), anche se c’è più ispirazione rispetto agli ultimi lavori. Il riferimento al primo «Confessions» non è solo nel titolo: alla produzione è tornato Stuart Price (che in quattro brani è affiancato dagli italiani Parisi); la struttura del disco è ancora quella del dj set in cui ogni traccia è mixata con la successiva senza pause; persino alcuni pezzi dell’outfit indossato dalla popstar sulla cover sono gli stessi dell’epoca. Il dancefloor c’è. Il riferimento questa volta è più la deep house e gli anni 90 con qualche deviazione. Martin Garrix diverte con «Bizarre», le atmosfere latin riempiono «Read My Lips» con il colombiano Feid, quella con Stromae in «My Sins Are My Saviours» è un’occasione persa.