Non aveva ancora compiuto ventidue anni quando, nell’estate del 1881 fu ucciso, in circostanze mai del tutto chiarite, in quel New Mexico che aveva eletto a terra d’elezione della propria esistenza nomade e priva di regole. Così, a poco più di un decennio dalla fine della Guerra di Secessione, mentre il Paese volgeva ulteriormente il proprio sguardo a Occidente, riprendendo quella corsa ai territori un tempo abitati dai nativi che aveva già segnato il debutto delle 13 colonie che avevano scelto di separarsi dalla Corona britannica meno di un secolo prima, iniziava a prendere forma il mito di Billy the Kid, uno dei fuorilegge protagonisti dell’epopea del West. Un immaginario selvaggio dove libertà e violenza, conquista e autodeterminazione, sogno e legge marziale si alterneranno per decenni segnando per sempre gli Stati Uniti e il loro definirsi come nazione di contrasti e contraddizioni spesso stridenti all’alba del Novecento. Per certi versi, il cuore pulsante della grande macchina mitologica che ha scandito la via alla modernità a stelle e strisce che Éric Vuillard ha scelto di smontare, analizzare e ricomporre con cura e profonda empatia proprio a partire dalla storia di questo bandito-ragazzino in Gli orfani (traduzione di Alberto Bracci Testasecca, edizioni e/o, pp. 136, euro 17). Lo scrittore e cineasta francese, già vincitore del Prix Goncourt, aggiunge così un nuovo capitolo al suo lavoro di scrittura intorno alla Storia che l’ha portato ad occuparsi dell’eredità coloniale europea, delle rivolte contadine del Cinque/Seicento, come della Seconda guerra mondiale.