Correva l’anno 2007 e il ragazzino con la faccia truce che ci sbarrava la strada si chiamava Ramón.
Uno scugnizzo venezuelano di una dozzina d’anni che i narcos impiegavano come vedetta armata, all’ingresso di uno degli agglomerati di casupole della popolosa baraccopoli di Petare, il più vasto dei «ranchos» di Caracas.
Era un “senza famiglia”, Ramón: i trafficanti l’avevano reclutato da piccolo per strada, dove vagava ramingo con un barattolo di latta in mano, in cerca di qualche spicciolo o di un tozzo di pane.
Affidandogli una pistola, gli avevano prospettato una carriera da “sicario”, coltivando la sua disperazione per trasformarlo un baby-killer a pagamento.
Già allora i “niños de la calle” non erano pochi e, in quel bacino di fame nera e di speranze frustrate, i narco cartelli e le bande criminali come il famigerato “Tren de Aragua” potevano provare a pescare qualche nuovo soldato, contrastate a volte da reti parentali, enti umanitari o dall’opera di qualche prete o missionario coraggioso.














