Nel 1857, la Corte Suprema degli Stati uniti aveva sancito che gli afroamericani non erano cittadini degli Stati uniti ma proprietà privata degli schiavisti e quindi non avevano «nessun diritto che una persona bianca fosse tenuta a rispettare».
Per rovesciare questa vergognosa sentenza non era bastata la guerra civile, con la riluttante emancipazione degli schiavi concessa da Lincoln; c’erano voluti anni di lotta politica da parte di eroici protagonisti della democrazia radicale come Thaddeus Stevens perché finalmente (nel 1866) fosse sancito il 14mo emendamento alla Costituzione: «Tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati uniti, soggette alla loro giurisdizione, sono cittadini degli Stati uniti e degli Stati in cui risiedono».
Sembrava un principio tranquillamente accettato e condiviso finché, il giorno stesso della sua accessione al soglio di Washington, Donald Trump non ha provato a metterlo in discussione con l’ordine esecutivo intitolato “Protezione del significato e del valore dalla cittadinanza americana”. Già il linguaggio è rivelatore: il valore e il significato della cittadinanza dipendono dal fatto che qualcuno ne sia escluso, che non sia universale. E infatti l’ordine di Trump proclamava che le persone che si trovano negli Stati Uniti «temporaneamente o illegalmente» non sarebbero «soggetti alla giurisdizione» statunitense e quindi ai loro figli non si applica lo ius soli e non sono cittadini americani.












