C’è un punto, nella vicenda della Commissione d’inchiesta Covid e del caso mascherine, che Giuseppe Conte continua a non voler affrontare fino in fondo.
Non si tratta di trasformare una Commissione parlamentare in un processo, né di assolvere la destra dall’uso politico che, con ogni probabilità, sta facendo di questa vicenda. Il punto è più semplice: chi ha governato l’Italia nel momento più drammatico della nostra storia recente deve accettare di rispondere politicamente delle scelte compiute, delle strutture nominate, dei controlli esercitati e delle zone d’ombra emerse attorno alle forniture di mascherine.
Conte, invece, sembra voler stare sempre su due piani diversi. Quando si parla degli altri, invoca trasparenza, moralità pubblica, verità, responsabilità. Quando però le domande arrivano dalle parti di Palazzo Chigi, improvvisamente tutto diventa fango, complotto, aggressione personale, tribunale politico.
Nell’intervista da Porro, Conte ha rivendicato di voler essere ascoltato. E, secondo quanto riportato dal Fatto, ha scritto ai presidenti di Camera e Senato dando la disponibilità anche a dimettersi da membro della Commissione pur di accelerare l’audizione. Bene. È una mossa intelligente. Ma non basta a sciogliere il nodo politico.















