Matteo Flora è uno dei massimi esperti di internet in Italia. Per anni ha studiato le dinamiche dei social, dei discorsi di odio. Come imprenditore, come divulgatore. Insegna all’Università di Pavia. Da dove nasce l’odio online, dall’individuo o dal branco? “Dal branco. Ma questo branco non è un gruppo con un capo e una bandiera. È massa indeterminata che si coagula in un secondo intorno a un bersaglio. Il singolo commento è individuale. Ma non ci sarebbe mai slegato dal contesto. Arriva solo perché ci sono altri mille della stessa opinione. E chi lo scrive si convince di essere una goccia in mezzo al mare, quindi di base innocente”. Perché questa rabbia si riversa su persone che diventano simboli? “Perché un simbolo è comodo e una persona no: una persona ha una faccia, due figli, un marito che stanno cercando in un lago. Un simbolo è una lavagna colorata: ci scrivi sopra quello che vuoi e lo colpisci senza sentirti in colpa, come giocassi a freccette. Lo si colpisce convinti di non fare male a nessuno. Peggio: perché si sta combattendo per o contro un’idea”.

Sui social l’umanità oggi sembra la stessa di sempre. I branchi, i capri espiatori. Davvero non è cambiato nulla? “È cambiata solo la velocità. René Girard cinquant'anni fa descriveva una cosa vecchia quanto l'uomo: il capro non si sceglie per quello che ha fatto, si sceglie perché è alla portata, e quello che ricompatta la comunità è proprio colpirlo tutti insieme. Elias Canetti aveva visto la stessa identica scena: la massa si forma intorno a un bersaglio già designato e si scioglie nell'istante in cui il bersaglio affonda”. Cambia il grado, non la natura umana. “Cambia anche il prezzo: il sacrificio antico esigeva che tu ci fossi, mentre online non guardi niente. Cambia il rito: il capro classico era catartico, qui non c'è chiusura, si passa solo al prossimo. Cambia che qualcuno ci guadagna. Ci sono piattaforme che sui linciaggi vendono pubblicità”. Perché la sofferenza dell'altro non fa scattare empatia, anzi, alza l'aggressività? “Perché l'empatia ha bisogno di una faccia, e online la faccia non c'è. La compassione è un riflesso del corpo: scatta quando vedi gli occhi” Gli algoritmi amplificano l'odio o rendono solo visibile quello che già c'era? “Tutte e due. Dire che è l’una o l’altra in modo predominante è falso. Vero è che l'odio già c'era, non è la piattaforma cattiva che te lo installa in testa mentre tu eri un pio agnellino. Ma "rendere visibile" non è un atto neutro. Se di mille reazioni l'algoritmo sceglie di mostrarti le cinque più rabbiose e nasconde le 995 normali, ti mente sulle proporzioni anche senza inventare niente, perché online vediamo il rumore, mai le proporzioni corrette”. Le società di oggi stanno delegando ai social il compito di trovarsi qualcuno da sacrificare? “Sì, e secondo me è la considerazione più importante di tutta questa storia: il conflitto sociale non sparisce mai, va da qualche altra parte. Una volta avevamo dei posti dove digerirlo, la piazza, il sindacato, la sezione di partito, perfino il bar e la parrocchia. Quei posti si sono svuotati, e la tensione in quei luoghi passava, esplodeva e poi spesso si sublimava, ora non si dissolve: ha solo cambiato indirizzo. È finita online, dove però non si elabora niente, si scarica e basta”.