Un pensiero atroce. Un simbolo a cui indirizzarlo. Un mezzo che ti consente di colpirlo senza guardarlo negli occhi, indifferente al suo dolore. L’odio online da sempre si è costruito su questi tre elementi. Quello che ha colpito la ministra Eugenia Roccella non fa eccezione. Anzi. In poche ore è diventato uno dei casi più emblematici di questo fenomeno. La scomparsa di suo marito, Luigi Cavallari, 84 anni di cui 50 passati al fianco della ministra, ha scatenato un’ondata di commenti offensivi mentre ancora proseguono le ricerche nel Lago di Vico. Nell’incertezza, nel dramma di queste ore, c’è chi ha augurato a Roccella la stessa fine, chi si dispiace solo perché non sia capitato a lei, chi ha invocato il karma, chi le indirizza sprezzanti “ben ti sta, così impari”. Ma cosa dovrebbe imparare Roccella? Gli haters (così vengono chiamati gli ingranaggi della macchina dell’odio, edulcorandone la natura) non perdonano al ministro le sue idee sull’aborto, sull’eutanasia, sulle unioni civili. Posizioni che l’hanno resa simbolo delle politiche conservatrici. Non è nuova alle contestazioni Roccella. Ma online la contestazione è diventata odio. Un odio forse impossibile da combattere. Radicato in una società che ha trovato nei social uno sfogo violento ai propri conflitti. Sui social il simbolo di una battaglia diventa capro espiatorio. A sinistra, a destra: la cronaca non consente distinzioni. L’odio online è protagonista della nostra vita sociale e politica da almeno 16 anni. Anche qui, colpiti soprattutto i simboli. Lo era Cécile Kyenge. Prima ministra nera della Repubblica nel 2013, diventa bersaglio di un razzismo che colpiva l’idea stessa di un'Italia multiculturale. È stata oggetto di insulti prima da parte della politica (Roberto Calderoli la definì un ‘orango’ durante un comizio). Poi dei social, che non inventano la realtà, al massimo la estremizzano. Kyenge diventa oggetto di fotomontaggi, messa di fianco ad animali, oggetto di commenti ironici sulla sua italianità. Altro simbolo, altro odio. Liliana Segre, senatrice della Repubblica, sopravvissuta alla Shoah. Ha conosciuto il volto dell'antisemitismo contemporaneo e del negazionismo. Diverso, ma altrettanto emblematico, il caso di Roberto Saviano. Da quasi vent’anni vive sotto scorta e da quasi vent’anni è bersaglio di insulti, minacce e campagne di delegittimazione. Nel suo caso l’odio non colpisce soltanto lo scrittore, ma ciò che rappresenta: l’intellettuale pubblico, la lotta alla mafia, una certa idea di impegno civile. Saviano diventa il simbolo di un’élite culturale da abbattere. Ma tra i politici il caso più noto è quello di Laura Boldrini. Diventata simbolo dell’accoglienza e del femminismo istituzionale, ha subito gli attacchi sessisti più violenti mai subiti online da un politico italiano. Anche per Boldrini l’odio online è stato specchio di un odio arrivato dal palco di un comizio, quando Matteo Salvini vide in una bambola gonfiabile una sua “sosia”. Complice quel clima, a Boldrini augurano ogni tipo di violenza. Non è un caso che è sua una delle iniziative che ha portato il Parlamento ad approvare una legge sul cyberbullismo. Legge arrivata nel 2017 e dedicata alla memoria di una delle vittime più giovani dell’odio social. Carolina Picchio. Morta suicida a Novara dopo aver subito insulti e molestie online per essersi sentita male a una festa tra amici. Aveva 14 anni. Carolina non era un simbolo. Lo è diventata dopo. Lei come Tiziana Cantone. Altra vittima della rete che diventa arena. Altra ragazza innocente. Travolta da una gogna che trasformò il suo dramma privato in una umiliazione collettiva. Anche Paolo Mendico lo scorso settembre si è tolto la vita. Aveva 14 anni. Era di Latina. Vittima di bullismo perché aveva i capelli lunghi. Dettaglio che ai suoi compagni è dovuto sembrare sufficiente per tormentarlo, dargli dell’effemminato. Ma c’è anche un odio più sottile. Che magari non fa vittime. Ma c’è. Lo sport è uno dei settori dove l’odio online è più visibile. Eleonora Goldoni, giocatrice della Lazio, lo ha denunciato. Ha detto di essere stata oggetto di insulti sessisti, che molti dicevano che era più un’influencer che una giocatrice. Racconta di una parte di società che ancora non è in grado di accettare una figura come l’atleta donna. Altro simbolo. Il branco non odia le persone. Odia ciò che rappresentano. E quando il potere del simbolo prende il posto della persona, anche il dolore può diventare un’occasione per colpire.