“Tu mi odi? Io ti odio di più”. Sembra questo lo scambio sentimentale – perché l’odio, dopotutto, è pur sempre un sentimento – che si consuma giorno dopo giorno sui social network. Una spirale di shitstorm che si abbatte, alternativamente, su bersagli diversi, ma con la stessa ferocia.
La vicenda degli insulti a Eugenia Roccella, dopo la tragica scomparsa del marito, apre l’ennesima riflessione sull’hate speech, flusso quotidiano di odio che può colpire persone comuni e personaggi pubblici. Studi come la Piramide dell’odio hanno già evidenziato da tempo come le categorie più colpite siano le donne, le persone gay, i migranti e gli ebrei.
L’odio coagula sciami di odiatori e odiatrici provenienti anche da fedi politiche distantissime. Aggregati, insieme appassionatamente, dalla travolgente spinta dell’unico sentimento che sembra trovare spazio sui social, l’odio appunto, se si escludono certe stucchevoli pagine con cuoricini, gattini e foto di famiglia, spesso curate proprio dagli stessi odiatori. Di profili di nonnini con la nipotina in braccio che augurano stupri o morte, a seconda del bersaglio, è pieno il web. L’odio è ecumenico.
Non mi sono mai stupita nel leggere commenti, ferocemente misogini, pubblicati da distinti signori che facevano parte di un gruppo di difesa della Costituzione. Uno di questi odiatori condivideva con me una pagina dedicata alla cucina. Gli odiatori non sono entità astratte – fatta la tara sui profili fake o bot: sono persone che, dopo averci insultato, potremmo incontrare, senza saperlo, su un autobus, in una stazione o persino in un ambulatorio medico.










