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Nel centro di Tbilisi, la capitale della Georgia, c’è una piccola via che le persone gay, transessuali e queer della città hanno soprannominato «cento metri di libertà». Si chiama Vashlovani Street e ospita gli unici due bar apertamente LGBTQ+ di Tbilisi, che poi sono anche tra i pochissimi locali di questo tipo in tutto il Caucaso: il Success, che esiste dal 2002, e il Mozaika, aperto nel 2016. Fino a un paio d’anni fa, dietro l’angolo c’erano anche le sedi di alcune organizzazioni per i diritti della comunità LGBTQ+: oggi però la gran parte ha chiuso perché molte persone che facevano attivismo su questi temi si sono dovute rifugiare in Europa.

Tamar Jakeli per esempio ora vive a Bruxelles, dove ha da poco ottenuto lo status di rifugiata politica. Fino all’anno scorso, Jakeli era direttrice di Tbilisi Pride, l’organizzazione che dal 2019 cercava di organizzare marce e manifestazioni per i diritti delle persone LGBTQ+. Nel maggio del 2025 Tbilisi Pride ha chiuso i propri uffici e licenziato tutto il personale, dopo mesi di gravi intimidazioni e minacce.

«A un certo punto mi sono resa conto che le persone attorno a me si sentivano in pericolo a starmi vicino», racconta Jakeli al Post. Mentre era direttrice, l’ufficio di Tbilisi Pride è stato vandalizzato tre volte. Accanto all’entrata sono state appese delle foto degli attivisti più famosi del gruppo, con la scritta cubitale «AGENTI STRANIERI». Sua madre aveva cominciato a ricevere chiamate notturne in cui le veniva chiesto insistentemente se era proprio sicura che sua figlia fosse ancora viva.