Da qualche anno a questa parte non è strano sentire amici raccontare del loro imminente viaggio in Georgia, o vedere su Instagram le fotografie dei vecchi palazzi di epoca sovietica e delle vie sbilenche di Tbilisi. Chi ci è stato dice di solito che si spende poco, si beve ottimo vino, si arriva in poche ore sia al mar Nero sia a montagne spettacolari, e la vita notturna della capitale è sorprendentemente vivace.

Fino a un decennio fa, però, la Georgia era un paese sostanzialmente ignorato dai turisti europei. «Prendevo i voli da Milano ed ero l’unica italiana sul volo: le altre erano soprattutto donne di mezz’età che lavorano in Italia come badanti», racconta l’autrice Eleonora Sacco, che oggi ha una piccola compagnia di viaggi specializzata proprio nel Caucaso. Se le cose sono cambiate, è soprattutto per via di un lungo lavoro di costruzione della Georgia come destinazione turistica per un nuovo tipo di visitatore, in prevalenza occidentale.

L’interno dell’ostello Fabrika, Tbilisi, Georgia, 21 giugno 2026 (Viola Stefanello/Il Post)

A partire dal 2003 il governo cominciò a investire in una serie di infrastrutture e politiche pubbliche per stimolare il turismo e modernizzare il paese. Nel 2005 lanciò una campagna che offriva incentivi ai capitali stranieri che investissero nell’ospitalità. Poi adottò una “politica di cieli aperti”, lasciando che le compagnie aeree straniere, anche low cost, aprissero rotte che portavano in Georgia, e rivoluzionò il proprio regime dei visti, permettendo ai cittadini di quasi cento paesi diversi – inclusa l’Italia – di entrare e restare nel paese fino a un anno senza visto.