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«La prima cosa che è cambiata è stato il paesaggio sonoro. All’improvviso, ogni volta che uscivo a comprare il pane o a fare la spesa, lungo la strada tutti parlavano russo». Tamar Babuadze vive da sempre a Vera, un quartiere nel centro di Tbilisi, e come ricercatrice si è spesso occupata del rapporto tra i georgiani e le comunità migranti che si stabiliscono nella capitale. Quello dei russi arrivati dopo l’invasione in Ucraina, però, è stato un flusso diverso da tutti gli altri.
Subito dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia, il 24 febbraio del 2022, tantissimi cittadini russi si trasferirono in Georgia: 43mila solo nel mese di marzo, circa 110mila entro la fine dell’anno.
In un primo momento arrivarono soprattutto dissidenti politici che con l’inasprirsi della repressione interna non potevano più vivere in Russia e persone che lavoravano in settori colpiti direttamente dalle sanzioni occidentali contro il paese, come quello tecnologico. A settembre, quando il presidente russo Vladimir Putin annunciò la mobilitazione parziale per rinforzare l’esercito, arrivò un’altra ondata, più numerosa, fatta di giovani uomini in età da leva che non volevano essere arruolati e mandati a combattere.







