Seicento giorni. Nello spazio post-sovietico non esiste un termine di paragone per quello che sta accadendo a Tbilisi, dove l’occupazione quotidiana dello spazio pubblico è diventata la misura stessa della cittadinanza. Eppure, a questo punto della storia, l’ostinazione della piazza non è più l’unica notizia. La vera svolta strategica è che il governo georgiano ha smesso di considerare la protesta come una crisi di ordine pubblico da contenere e ha iniziato ad amministrarla attraverso il codice penale. La Georgia ha superato la fragile trincea della democrazia illiberale: non interrompe la legalità formale, ma la riscrive, trasformando il carcere politico in una tecnologia ordinaria e sistematica di governo.

Per molto tempo abbiamo descritto la mobilitazione georgiana come un’eccezione. Lo era, e continua a esserlo. È difficile individuare, nell’Europa contemporanea, un’altra capitale nella quale cittadini di ogni età abbiano occupato quotidianamente lo spazio pubblico per quasi due anni, senza che quella costanza si trasformasse in stanchezza o rassegnazione. Ma proprio la persistenza della protesta ha finito per produrre un effetto inatteso.

All’inizio la repressione seguiva uno schema familiare: cariche della polizia, arresti amministrativi, pestaggi, campagne di delegittimazione contro manifestanti, giornalisti e organizzazioni della società civile. Era la risposta di un potere convinto che bastasse aumentare il costo della partecipazione per svuotare le piazze. Quando è apparso evidente che quella strategia non funzionava, Georgian Dream (Sogno Georgiano) ha scelto una strada diversa e assai più pericolosa. Non reprimere soltanto il dissenso, ma amministrarlo attraverso una legalità su misura.