“Sotto il sole e con la neve” come recita un antico detto russo. Mentre gli occhi del mondo osservano preoccupati il blitz Usa in Venezuela, la guerra di Putin in Ucraina e le mire della Cina su Taiwan la popolazione georgiana da più di quattrocento giorni scende in piazza. Una protesta pacifica, ma che non accenna a rassegnarsi: contro il governo di Tbilisi e contro l’ombra dell’orso russo di giorno in giorno più minacciosa. Nella capitale le manifestazioni non si sono mai davvero fermate: presidiano il Parlamento, attraversano il centro, tornano ciclicamente a riempire le strade ogni volta che il potere dà segnali di allontanamento dall’Europa.
Era il 28 ottobre 2024 quando i georgiani sono scesi in piazza per la prima volta, a seguito delle contestate elezioni parlamentari e la vittoria del partito di governo Sogno Georgiano. Un mese dopo, era il 29 novembre, è arrivato il congelamento dei negoziati tra la Georgia e l’Unione Europea e il rischio di un nuovo scivolamento sotto la sfera d’influenza della Russia.
E così, proprio nei giorni in cui una buona parte dell’opinione pubblica occidentale condanna il blitz si Trump a Caracas e la cattura di Maduro, nelle piazze della piccola repubblica caucasica sventolano, assieme alle bandiere dell’Europa, anche quelle statunitensi e chissà che qualcuno non auspichi in cuor suo un intervento americano anche qui per strappare la Georgia a Putin.






