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Tinto Brass

La lettera del regista al presidente della Repubblica: «Ho 93 anni e ho fatto i conti con la morte. Ma non posso accettare che alla comunità che vive in un paese colpito dalle frane di cinque mesi fa venga negata la libertà»

Egregio Presidente,Le scrivo dal borgo di Isola Farnese, in cui risiedo da oltre mezzo secolo, affidando queste parole — poiché le mie condizioni di salute non mi consentono altro — a mia moglie Caterina. Mi rivolgo a Lei, nella più alta carica istituzionale dello Stato e quale garante della Costituzione, per sottoporLe una vicenda al tempo stesso personale e collettiva: la testimonianza di un'emergenza più ampia, che oggi grava su un'intera comunità. Questo borgo non è per me semplice dimora, ma il luogo in cui ho amato, lavorato e dato forma alla mia opera, scrivendo e montando ogni mio film. Pur avendo conosciuto molti luoghi e molte stagioni, è qui che ho scelto di radicarmi: e ne sento perciò il destino indissolubilmente legato al mio.

Nel gennaio scorso, due eventi franosi hanno dissestato il costone su cui sorge il Castello Farnese, precludendo per quattro mesi ogni via d'accesso al borgo, tanto carrabile quanto pedonale. Ne è derivata una crisi profonda — sociale, economica, sanitaria e insieme religiosa — che ha sottratto persino ai bambini la scuola. In quel tempo, ogni necessità del vivere quotidiano doveva piegarsi a un'unica, angusta via: una scalinata di 141 gradini, percorribile soltanto attraverso la proprietà privata del Castello. Un percorso impervio, precluso agli anziani, alle persone con disabilità, alle donne in attesa e a chiunque versi in condizioni di fragilità — quelle nelle quali, ahimè, mi trovo anch'io.