Nei primi mesi del 2026 alcune grandi navi cisterna hanno rallentato (la transizione) fino a fermarsi completamente una volta sopraggiunte alle porte dello stretto di Hormuz a causa della guerra scatenata da Stati Uniti e Israele nei confronti dell'Iran. Nel giro di poche ore il prezzo del petrolio è salito bruscamente e in molte capitali europee si è tornati a parlare di sicurezza energetica con la stessa urgenza del 2022. Sembrava di essere tornati ai giorni della crisi del gas russo: con la nuova consapevolezza della nostra dipendenza da rotte fragili, coi governi a corto di opzioni e con le bollette come problema politico immediato.La crisi di Hormuz è stata usata quasi subito come argomento politico. Una parte dell'opinione pubblica ha riproposto una domanda che in realtà circolava già da tempo: ha ancora senso insistere con la transizione energetica in favore di fonti pulite, o è il momento di rallentare?Transizione a singhiozzo?La chiusura di Hormuz è stata quindi sia un campanello d’allarme, che di colpo ci ha spinto a dubitare delle nostre catene logistiche e, di conseguenza, della capacità di tenuta delle nostre economie. Sia un nuovo argomento per suggerire un’ipotesi già presente nel dibattito pubblico: dovremmo abbandonare la transizione verde perché sarebbe un obiettivo troppo ambizioso, eccessivamente altruistico e infine sconveniente.Per provare a capire cosa succede davvero alla transizione energetica in questo periodo serve innanzitutto guardare ai dati. Perché il punto è che la difficoltà non arriva soltanto dalle sirene di Hormuz. E nemmeno dai gasdotti russi. È una storia più lunga e decisamente più complessa.Secondo il report annuale del World Economic Forum, la nostra sarebbe una situazione “frammentata”. Il WEF lavora i dati provenienti da 120 Paesi e li suddivide in 44 indicatori per ottenere un indice sintetico: l’ETI, Energy Transition Index. Ecco qualche fatto notevole: gli investimenti globali nel settore energetico sono stati di 3.300 miliardi di dollari nel solo 2025. Di questi oltre due terzi, cioè 2.300 miliardi, sono stati destinati alle energie pulite. Allo stesso tempo però la cosiddetta transition readiness (che sarebbe la capacità strutturale dei paesi di sostenere la transizione nel tempo) sarebbe diminuita.Il dato più interessante sulle difficoltà della transizione verde, in realtà, riguarda un problema di distribuzione degli investimenti. Il 75% di questi 3.300 miliardi si concentra in pochi mercati maturi. Mentre i paesi da cui ci si aspetta l'80% della crescita futura della domanda energetica (molti dei quali emergenti, come la Nigeria) arrancano quando si parla di finanza sostenibile e non riescono ad attrarre capitali sufficienti.Insomma: chi ha più bisogno di energia pulita non può permettersela (o quasi). Questo vale oggi, ma varrà ancor di più nei prossimi anni, quando la crescita demografica e industriale di quei paesi spingerà la domanda energetica verso l'alto.Eppure, anche in questo quadro difficile, nel 2025 le energie rinnovabili e il nucleare hanno generato il 42% dell'elettricità mondiale e la capacità rinnovabile installata è cresciuta di quasi 800 gigawatt. La transizione verde non è né “ferma” né in una crisi irreversibile, semmai procede a un ritmo diverso da quanto atteso o sperato, specialmente laddove servirebbe di più.Abbandonare il petrolio fa bene, sempre e comunqueI dati sulla transizione sono contraddittori come lo sono le due visioni politiche che sono seguite, sia in Europa che nel resto dell’Occidente, ai recenti scossoni energetici. Da una parte come dicevamo c’è un nuovo cinismo che propone di puntare quasi esclusivamente alla sicurezza energetica smettendo di dare priorità alla transizione verde e, quindi, al contenimento delle emissioni e dell’uso del fossile. Dall’altra, invece, una nuova proposta politica a favore della transizione che risponde su per giù a questa idea: non soltanto l’abbandono del fossile fa bene all’ambiente, ma ci consentirebbe finalmente di non dipendere più da petrostati e dai colli di bottiglia come lo stretto di Hormuz. Secondo questa seconda visione politica non dobbiamo scegliere tra transizione verde e sicurezza energetica, si ottengono entrambe insieme.Che a noi piaccia più la prima o la seconda idea fermiamoci un attimo, e facciamo un passo di lato. Torniamo ai dati, questa volta politici: il Green deal europeo ha effettivamente subìto una serie di revisioni e rallentamenti. Già l’anno scorso i report sullo stato di avanzamento dicevano che soltanto in 13 obiettivi su 87 giuridicamente vincolanti, l'Unione europea sta riuscendo a mantenere il passo necessario al raggiungimento nei tempi previsti.Una protesta degli agricoltori a Bruxelles, nel 2025, contro il Green deal europeo