La nuova crisi dell’energia fossile mette in ginocchio l’Europa. La Commissione ha rivisto le previsioni economiche al ribasso. E avverte: potrebbe essere ancora peggio tra qualche mese, se la guerra in Medioriente continua e lo stretto di Hormuz, da cui transita il 20% dell’energia fossile, continua a essere bloccato. Alla crisi attuale, si aggiungerebbe la minaccia di penuria di prodotti petroliferi raffinati, di elio, di fertilizzanti. Lo choc energetico costerà caro: un’attività economica a rilento, tassi di interesse più alti, prezzi in crescita. L’inflazione è aggressiva, era all’1,9% a febbraio, prima dell’intervento israelo-statunitense contro l’Iran, ad aprile era salita al 3%. Un terremoto che arriva mentre l’economia europea dava già segnali di difficoltà.

La zona euro crescerà solo dello 0,9% quest’anno e l’inflazione globale dovrebbe superare il 3%: significa che la Ue cadrà nella stretta della stagflazione (stagnazione+inflazione), una crisi destinata a prolungarsi nel 2027. «Il conflitto in Medioriente ha provocato uno choc energetico importante, mettendo ancora di più l’Europa alla prova, mentre evolve in un contesto geopolitico e commerciale già instabile», ha riassunto il commissario all’Economia, Valdis Dombrovkis. «La guerra durerà, o a freddo o con conflitti a caldo», ha messo in guardia il primo ministro francese, Sébastien Lecornu, annunciando nuove misure limitate di intervento per far fronte al rialzo dei prezzi dei carburanti. Non si parla ancora in modo esplicito di “economia di guerra”, ma la prospettiva si avvicina, in uno spazio economico che ha le mani legate da deficit e debiti accumulati, e da impegni di spesa nella difesa, mentre la transizione energetica è lontana dall’essere completata. Più la dipendenza dall’energia fossile è forte, più il prezzo è alto, come mostra l’esempio dell’Italia.