I razionamenti di energia in Europa sono realtà. La guerra nel Golfo Persico ha già imposto a più di una cancelleria di prepararsi a un doppio trimestre di restrizione. Il blocco dello Stretto di Hormuz ha innescato uno shock di sistema e ha forzato il continente a un ritorno all’austerità energetica. La chiusura della rotta asiatica taglia fuori dai mercati il 20% del petrolio e del gas globale. La presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde, delinea uno scenario cupo in cui le conseguenze del conflitto in Iran dureranno anni e avranno effetti «probabilmente oltre ciò che possiamo immaginare al momento». Il razionamento cessa di essere un’ipotesi remota per diventare una realtà tangibile, destinata a colpire trasporti, industria e abitudini quotidiane dei cittadini. Le petroliere in arrivo dal Golfo Persico hanno scaricato gli ultimi carichi disponibili nei porti europei oltre due settimane fa. Mentre in Asia le economie emergenti introducono blackout programmati e tagliano i consumi per via della loro alta intensità energetica, le nazioni occidentali tentano di accaparrarsi le risorse sui mercati internazionali forti della loro capacità di spesa. Terminata questa transizione, i governi europei dovranno gestire un deficit strutturale capace di paralizzare l’economia continentale. I dati ufficiali della piattaforma Agsi di Gas Infrastructure Europe, aggiornati al 1° aprile 2026, certificano un sistema di stoccaggio vulnerabile, anche a causa di una rigida stagione invernale. La media dell’Unione europea scivola al 27,67%, con un volume totale di 314,31 TWh. L’analisi per singolo Stato rivela asimmetrie marcate. L’Italia, forte di una strategia di diversificazione, mantiene una posizione solida con scorte al 43,40% (88,25 TWh). La Germania, motore industriale comunitario, naviga in acque agitate con un riempimento fermo al 22,23% (54,37 TWh), affiancata dalla Francia al 21,81% (27,42 TWh). Il dato critico riguarda i Paesi Bassi, dove - complice un inverno severo - le riserve precipitano al 4,66% (6,72 TWh), un vuoto che espone l’hub di Amsterdam a fluttuazioni fuori controllo. La Penisola Iberica resta un’eccezione, con la Spagna al 57,21% e il Portogallo all’87,89 per cento. Quello che è certo è che le riserve non bastano a compensare la mancata consegna di gas naturale liquefatto - specie dal Qatar - causata dalla guerra. Il settore dei trasporti è quello che subisce il primo, violento contraccolpo. Il carburante rappresenta la spesa maggiore per le compagnie aeree e l’interruzione dei flussi ha scatenato rincari insostenibili. Dall’inizio delle ostilità in Iran, il prezzo del jet fuel in Europa è raddoppiato, superando la quota di 1.700 dollari per tonnellata metrica. Willie Walsh, direttore generale della Iata, chiarisce che l’industria non ha modo di assorbire l’incremento, rendendo «inevitabile» l’aumento del costo dei biglietti. «Per aprile non ci saranno problemi di scorte, ma potranno esserci interruzioni localizzate già in maggio», fa notare George Shaw, analista di Kpler. Il quale sottolinea che «se il calo della disponibilità in arrivo può sembrare drammatico già oggi, la vera questione è come ci sarà un impatto sulle forniture da maggio in poi».