PORCIA (PORDENONE) - La lavasciuga prodotta a Porcia sconta un gap competitivo di 32 euro contro lo stesso elettrodomestico realizzato in Asia. Per il frigorifero di Susegana si sale a 46 euro, per i piani a gas di Forlì si scende a 9,3 euro, per i forni a 9,6. I dati arrivano dal primo incontro tecnico tra Electrolux, le organizzazioni sindacali e il ministero, convocato per entrare nel merito della vertenza che coinvolge gli stabilimenti italiani del gruppo.
Al centro del confronto, i gap competitivi che penalizzano la produzione nazionale rispetto alle soluzioni alternative asiatiche e dell'Est Europa, e la necessità ribadita dall'azienda di un taglio strutturale dei costi per garantire la sostenibilità industriale. Nella sostanza l'azienda ha aperto l'incontro richiamando le premesse alla base del piano da 1719 esuberi già presentato e respinto -, confermando la disponibilità a valutare alternative condivise ai licenziamenti. Ma secondo i sindacati, i dati forniti non erano sufficientemente dettagliati, all'azienda si chiede di fornire informazioni puntuali sulla composizione dei costi, ad esempio l'incidenza del costo dell'energia, piuttosto che del costo del lavoro, con un'analisi articolata nel tempo.Electrolux, le strade per sopravvivere tagliando i costi LE CARTE Intanto Electrolux qualche elemento in più lo ha fornito, ad esempio sul Cbam, la tassa che impatta su materie prime e, solo in parte, su prodotti finiti di provenienza extra Ue, che chi produce in Italia paga (ad esempio sull'acciaio) ma chi importa prodotti finiti no, dando così ai produttori asiatici un ulteriore vantaggio competitivo. L'effetto del Cbam, ovvero il meccanismo europeo di tassazione sulle emissioni di CO2 e sui materiali importati, per una lavatrice prodotta a Porcia ha un'incidenza è di circa 7 euro per unità, mentre per i frigoriferi di Susegana il valore si aggira sui 4 euro. Un aggravio che, secondo l'azienda, amplifica ulteriormente il divario competitivo complessivo, stimato tra il 25% e il 30% rispetto ai concorrenti asiatici, che godono di vantaggi fino all'87% sul costo del lavoro, 45% sull'energia e 31% sull'acciaio. Electrolux ha ribadito che l'obiettivo resta il margine operativo netto del 6%, soglia minima per mantenere la solidità del business e la capacità di investimento.Per raggiungerlo, l'azienda ha indicato la necessità di agire non solo sui costi variabili, ma anche su quelli strutturali, che rappresentano oltre l'80% delle spese organizzative. La riduzione richiesta è del 30%, condizione ritenuta indispensabile per «restare competitivi e difendere le strutture presenti in Italia».Electrolux, la manifestazione: in 2mila per dire 'no' ai tagli VIDEO LE RICHIESTE Un'impostazione che, come detto, riprende i contenuti del piano industriale bocciato nel quale figurava anche l'ipotesi di chiusura dello stabilimento di Cerreto d'Esi, nelle Marche. Proprio su questo punto i sindacati hanno chiesto un cambio di rotta, sollecitando l'azienda a ritirare l'ipotesi di chiusura e a garantire la continuità produttiva del sito. Le organizzazioni di categoria hanno inoltre chiesto di calendarizzare nuovi incontri oltre luglio, per evitare che la trattativa si interrompa durante la pausa estiva e per mantenere il confronto «a fabbriche piene». La richiesta è stata accolta dal ministero, che ha invitato Electrolux a fornire nel prossimo appuntamento una scomposizione analitica dei costi energia, materiali, trasformazione e a chiarire le prospettive di produttività senza riduzioni di personale né spostamenti di volumi. Chiara la posizione dei sindacati rispetto al taglio dei costi.«Non si può intervenire sul costo del lavoro per recuperare competitività ha detto Massimiliano Nobis, coordinatore nazionale Fim ma su qualità, energia e ricerca. Servono misure straordinarie di Governo e Ue per il settore degli elettrodomestici». «Electrolux deve cambiare piano e mantenere in Italia tutte le produzioni: cappe di Cerreto, lavasciuga di Porcia, piani di Forlì, frigoriferi e lavastoviglie di Susegana e Solaro» dichiara Gianluca Ficco, Uilm, che ha definito «impossibile» chiudere la trattativa entro luglio e chiesto «un negoziato vero, con il coinvolgimento diretto delle istituzioni», ricordando che «solo un intervento straordinario del Governo e dell'UE può risolvere la vertenza».Segnala «l'assenza di vere aperture da parte dell'azienda» Barbara Tibaldi, Fiom, che ha ribadito come «la difesa di Cerreto e delle produzioni italiane è condizione per proseguire il confronto». Ha chiesto «trasparenza sui costi e sui risultati degli stabilimenti» e sollecitato «un nuovo piano condiviso tra Governo, azienda e sindacati che tuteli l'occupazione e la capacità produttiva». Prossimo appuntamento del tavolo il 30 giugno.






