Un presidente della Repubblica di destra. Ieri Giorgia Meloni ha messo pubblicamente sul tavolo quale è la posta in gioco nelle prossime elezioni. Il parlamento che uscirà dal voto del 2027 sarà quello che decreterà due anni dopo il successore di Sergio Mattarella. Ed è un messaggio rivolto soprattutto agli alleati, quelli che appaiono riluttanti sulla nuova legge elettorale, Lega e Fratelli d’Italia, e quelli che alleati in realtà non sono ma potrebbero esserlo, come Roberto Vannacci, che proprio su quella parola, quel sentimento di appartenenza, quell’identità – la destra – sta sfidando Meloni.
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Ospite di Nicola Porro su Rete 4 la presidente del Consiglio dice di avvertire nell’aria come l’eventualità di un presidente della Repubblica erede di una storia dichiaratamente «non di centrosinistra» sia «terribile per un certo establishment». Non fa nomi, ma secondo fonti di governo si riferisce a un universo che lei identifica con pezzi del mondo bancario, dell’editoria e dei pochi giornali e delle poche tv non allineate. «Come tante cose sono cambiate in questi anni, non è detto che non possa cambiare anche questo grande tabù. Sarebbe un altro modo di affermare una cosa banale che sostengo da sempre: chi non è di sinistra non è figlio di un Dio minore, ha gli stessi diritti degli altri».













