Doveva sbloccare i pronto soccorso e creare le case di comunità, ma la situazione è peggiorata dai tempi del Covid. Doveva creare asili nido per alleggerire la vita delle famiglie e delle madri e ha fallito rovinosamente. Avrebbe dovuto rilanciare la ricerca e lo sviluppo, ma ha creato una nuova generazione di precari più ricattati. Ha finanziato cattedrali nel deserto e non ha permesso l’assunzione a tempo indeterminato di nessuno.

La scadenza formale del Piano di ripresa e resilienza (Pnrr), prevista oggi dopo cinque anni, non sarà l’armageddon, né un fallimento. L’indifferenza plateale che lo ha accompagnato è la conferma di ciò che è sempre stato: un pasticcio tecnocratico indigesto concepito per lasciare all’oscuro una società disillusa.

Il Pnrr fu ottenuto dal governo Conte 2, è stato implementato da Draghi ed è stato riscritto dall’esecutivo Meloni. Il suo esito è stato quello di lasciare irrisolti i problemi strutturali italiani: la bassa crescita, la precarietà selvaggia, il lavoro povero, l’assenza di investimenti su persone e tecnologie, frammentazione istituzionale e cinismo diffuso. In compenso ha fatto la respirazione artificiale a un’economia che, senza il Pnrr, sarebbe in recessione. Ingenti risorse hanno gonfiato come zampogne i grandi appaltatori pubblici, a cominciare dalle ferrovie. Il servizio in compenso è peggiorato: costo dei biglietti inavvicinabile, viaggi allucinanti e amministratori delegati come capri espiatori. Il Pnrr ha comunque fatto sgocciolare verso il basso qualche risorsa, facendo girare i soldi. In fondo è questa la verità brutale di un piano troppo grande per spalle così esili.