«Ai normodotati dico sempre: “Voi avete un punto di vista differente, avete la vista, io ho solo il punto”. Il senso dell’umorismo, si sa, è sempre la medicina migliore, ma lo è anche il buon senso. Quello che dice a un disabile di non voler sembrare una persona normale a tutti i costi. Di accettare la propria disabilità, mostrandola senza problemi ricorrendo ad aiuti esterni, come ad esempio un bastone bianco. È questo il senso de «I Diari del bastone bianco», il nuovo spettacolo comico scritto e interpretato dall’attrice e scrittrice ipovedente, Desy Icardi, in programma martedì 30 giugno alle 21,30 a Moncalieri, nell'ambito della rassegna estiva Summerland Fest, sotto lo Chapiteau della Comunità il Porto. Prodotto da Santibriganti Teatro, con la regia di Carla Carucci, lo spettacolo è il primo capitolo di «Inciampi», una trilogia teatrale dedicata alle fragilità del presente che affronta, con ironia e profondità, temi come l'ipovisione, l'ADHD e il fenomeno degli hikikomori. Qual è il lato ridicolo della disabilità?«La disabilità di per sé di ridicolo non ha nulla. Certo può avere molto di ironico se la si guarda dal lato giusto». E qual è il lato giusto?«Dal punto di vista del disabile, molte disabilità non hanno una soluzione. Allora hai due modi di prenderla: o la prendi male, fai la vittima e non cambia nulla comunque, oppure la prendi con ironia e provi a cogliere il buono che ci trovi dentro». Qualche esempio?«Quando gli altri ti guardano in maniera strana, anziché prendertela ci ridi su. Mi è capitato di andare nei negozi e trovare persone che mi parlano forte e dico: "Sono mezza cieca, mica mezza sorda". Oppure parlano sillabando e io una volta a una ho detto: "Ha un disturbo del linguaggio? Sei disabile anche tu?". Quindi alla fine si tratta un po' di disinnescare quelli che possono diventare motivi di imbarazzo facendosi una risata. A volte ammetto che questa risata me la faccio a spese del senso di colpa assolutamente infondato del normodotato. C’è la tendenza a guardare il disabile come una specie protetta?«Sì, quasi con senso di colpa, manco mi avessero accecato loro. E quindi ci sono quelli che cercano di evitare il verbo vedere, quindi dicono: "Vabbè, allora dai, ci vediamo" e poi avvampano. Allora ci scherzo su e a volte lo faccio un po’ da bulla. Magari mi dicono: “Ti vedo bene” e io rispondo “Io ti vedo sfocato”. Lei racconta in chiave comica il suo percorso di accettazione della disabilità. Qual è stato l'elemento fondamentale che l’ha portata ad accettarla?«Direi l’aspetto sociale. Non uscivo più la sera. Magari mi invitava qualcuno a una festa e io non andavo perché non riconoscevo più le persone. O magari in un locale non salutavo persone conosciute perché non le vedevo bene e allora finivo per passare per maleducata. A un certo punto ho detto che era meglio essere disabile che passare per quella che non saluta perché è un po' stupida o che si dà le arie». Quindi il bastone bianco per lei cosa ha rappresentato?«Molta più libertà. Molta più sicurezza. E poi sicuramente più facilità nei rapporti sociali, perché io comunque stavo veramente patendo tanto a non riconoscere le facce delle persone». Ma qual è invece il suo rapporto con il politicamente corretto?«Cauto, perché io comunque sono una della Generazione X che quindi non le ha interiorizzate tutte le regole. Dei miei problemi ne parlo tranquillamente perché sono miei, penso di averne titolo, anche se poi sono problemi anche di altre persone. Ma non dico mai come si devono sentire o comportare gli altri. L'unica cosa che mi permetto di dire nello spettacolo è che non bisognerebbe vergognarsi di ricorrere ad aiuti esterni, perché è pieno il mondo di ipovedenti e ci sono quelli che preferiscono cadere, sbattere, farsi male piuttosto che portare un bastone bianco perché se ne vergognano. E lì nasce il mio spettacolo». Solo una disabile può scherzare sulla disabilità?«Se lo fai con grazia puoi farlo comunque, includendo anche te stesso nella situazione. La censura è sempre sbagliata a priori. Con una certa grazia si può fare». Dunque occorre accettare la disabilità per quella che è attraverso il senso dell'umorismo?«Io l'ho accettata attraverso il senso dell'umorismo, ma si può anche accettare attraverso il buon senso, cioè girando con un bastone bianco la gente la smetterà di venirmi addosso». Ma il senso dell'umorismo ce l'hai o si può acquisire?«Il senso dell'umorismo io, grazie al cielo, l'ho sempre avuto, però si allena. Ti alleni con la pratica perché, comunque, facendo cabaret te le devi inventare le battute, sicuramente i primi monologhi che facevo non erano divertenti. Però si può acquisire con la pratica». Quale il messaggio ai normodotati e quale ai disabili?«Ai normodotati faccio notare che la mancanza di vista di per sé non è l'essenza della persona, e quindi hanno davanti delle persone e ci si devono rapportare come tali. E ai disabili dico che se c'è un problema che può essere attenuato con un aiuto esterno non si devono vergognare. Dico di non nascondere la disabilità e di non cercare di sembrare normali a tutti i costi, perché se vuoi sembrarlo allora sì che poi si vede la mancanza. Io non nego a volte di aver fermato al posto dell'autobus quello che raccoglie i rifiuti perché le luci sono molto simili. Invece adesso con il bastone bianco l'autobus rallenta e se mi vedono confusa aprono la porta e mi gridano il numero del bus». L'umorismo è sempre la medicina migliore?«È il rimedio più di buon senso. Quando mi dicono: "Dovresti avere rispetto per queste cose", ma io ho rispetto, però se continuiamo a dirci quanto siamo sfortunati rispetto agli altri, non è che ci cambi qualcosa. E quindi tanto vale metterla sul ridere».
Desy Icardi porta in scena la disabilità: “Non è ridicola, ma può essere ironica”
«Ai normodotati dico sempre: “Voi avete un punto di vista differente, avete la vista, io ho solo il punto”. Il senso dell’umorismo, si sa, è sempre la medicina migliore, ma lo è anche il buon senso. Quello che dice a un disabile di non voler sembrare una persona normale a tutti i costi. Di accettare la propria disabilità, mostrandola senza problemi ricorrendo ad aiuti esterni, come ad esempio un bastone bianco. È questo il senso de «I Diari del bastone bianco», il nuovo spettacolo comico scritto e interpretato dall’attrice e scrittrice ipovedente, Desy Icardi, in programma martedì 30 giugno alle 21,30 a Moncalieri, nell'ambito della rassegna estiva Summerland Fest, sotto lo Chapiteau della Comunità il Porto. Prodotto da Santibriganti Teatro, con la regia di Carla Carucci, lo spettacolo è il primo capitolo di «Inciampi», una trilogia teatrale dedicata alle fragilità del presente che affronta, con ironia e profondità, temi come l'ipovisione, l'ADHD e il fenomeno degli hikikomori. Qual è il lato ridicolo della disabilità?«La disabilità di per sé di ridicolo non ha nulla. Certo può avere molto di ironico se la si guarda dal lato giusto». E qual è il lato giusto?«Dal punto di vista del disabile, molte disabilità non hanno una soluzione. Allora hai due modi di prenderla: o la prendi male, fai la vittima e non cambia nulla comunque, oppure la prendi con ironia e provi a cogliere il buono che ci trovi dentro». Qualche esempio?«Quando gli altri ti guardano in maniera strana, anziché prendertela ci ridi su. Mi è capitato di andare nei negozi e trovare persone che mi parlano forte e dico: "Sono mezza cieca, mica mezza sorda". Oppure parlano sillabando e io una volta a una ho detto: "Ha un disturbo del linguaggio? Sei disabile anche tu?". Quindi alla fine si tratta un po' di disinnescare quelli che possono diventare motivi di imbarazzo facendosi una risata. A volte ammetto che questa risata me la faccio a spese del senso di colpa assolutamente infondato del normodotato. C’è la tendenza a guardare il disabile come una specie protetta?«Sì, quasi con senso di colpa, manco mi avessero accecato loro. E quindi ci sono quelli che cercano di evitare il verbo vedere, quindi dicono: "Vabbè, allora dai, ci vediamo" e poi avvampano. Allora ci scherzo su e a volte lo faccio un po’ da bulla. Magari mi dicono: “Ti vedo bene” e io rispondo “Io ti vedo sfocato”. Lei racconta in chiave comica il suo percorso di accettazione della disabilità. Qual è stato l'elemento fondamentale che l’ha portata ad accettarla?«Direi l’aspetto sociale. Non uscivo più la sera. Magari mi invitava qualcuno a una festa e io non andavo perché non riconoscevo più le persone. O magari in un locale non salutavo persone conosciute perché non le vedevo bene e allora finivo per passare per maleducata. A un certo punto ho detto che era meglio essere disabile che passare per quella che non saluta perché è un po' stupida o che si dà le arie». Quindi il bastone bianco per lei cosa ha rappresentato?«Molta più libertà. Molta più sicurezza. E poi sicuramente più facilità nei rapporti sociali, perché io comunque stavo veramente patendo tanto a non riconoscere le facce delle persone». Ma qual è invece il suo rapporto con il politicamente corretto?«Cauto, perché io comunque sono una della Generazione X che quindi non le ha interiorizzate tutte le regole. Dei miei problemi ne parlo tranquillamente perché sono miei, penso di averne titolo, anche se poi sono problemi anche di altre persone. Ma non dico mai come si devono sentire o comportare gli altri. L'unica cosa che mi permetto di dire nello spettacolo è che non bisognerebbe vergognarsi di ricorrere ad aiuti esterni, perché è pieno il mondo di ipovedenti e ci sono quelli che preferiscono cadere, sbattere, farsi male piuttosto che portare un bastone bianco perché se ne vergognano. E lì nasce il mio spettacolo». Solo una disabile può scherzare sulla disabilità?«Se lo fai con grazia puoi farlo comunque, includendo anche te stesso nella situazione. La censura è sempre sbagliata a priori. Con una certa grazia si può fare». Dunque occorre accettare la disabilità per quella che è attraverso il senso dell'umorismo?«Io l'ho accettata attraverso il senso dell'umorismo, ma si può anche accettare attraverso il buon senso, cioè girando con un bastone bianco la gente la smetterà di venirmi addosso». Ma il senso dell'umorismo ce l'hai o si può acquisire?«Il senso dell'umorismo io, grazie al cielo, l'ho sempre avuto, però si allena. Ti alleni con la pratica perché, comunque, facendo cabaret te le devi inventare le battute, sicuramente i primi monologhi che facevo non erano divertenti. Però si può acquisire con la pratica». Quale il messaggio ai normodotati e quale ai disabili?«Ai normodotati faccio notare che la mancanza di vista di per sé non è l'essenza della persona, e quindi hanno davanti delle persone e ci si devono rapportare come tali. E ai disabili dico che se c'è un problema che può essere attenuato con un aiuto esterno non si devono vergognare. Dico di non nascondere la disabilità e di non cercare di sembrare normali a tutti i costi, perché se vuoi sembrarlo allora sì che poi si vede la mancanza. Io non nego a volte di aver fermato al posto dell'autobus quello che raccoglie i rifiuti perché le luci sono molto simili. Invece adesso con il bastone bianco l'autobus rallenta e se mi vedono confusa aprono la porta e mi gridano il numero del bus». L'umorismo è sempre la medicina migliore?«È il rimedio più di buon senso. Quando mi dicono: "Dovresti avere rispetto per queste cose", ma io ho rispetto, però se continuiamo a dirci quanto siamo sfortunati rispetto agli altri, non è che ci cambi qualcosa. E quindi tanto vale metterla sul ridere».











