Ogni evento dedicato alla disabilità lascia dietro di sé la stessa domanda: è servito davvero o è stata solo una vetrina? La domanda è legittima: le persone con disabilità, le loro famiglie e chi ogni giorno lavora accanto a loro conoscono la distanza che ancora separa i diritti dalla loro piena attuazione. Sanno che le risorse sono spesso insufficienti, che le riforme e le sperimentazioni procedono con velocità diverse nei territori, che i servizi restano disomogenei e che il cammino verso una piena inclusione è lungo. Sarebbe ingenuo negarlo. Ma sarebbe altrettanto ingiusto non riconoscere ciò che in questi anni è realmente cambiato e che qualcosa è cominciato. ExpoAID, la manifestazione promossa dal ministro per le Disabilità Alessandra Locatelli, non è stata una semplice rassegna di esperienze o una vetrina di buone pratiche, ma il luogo in cui il mondo della disabilità si è ritrovato per confrontarsi sul cambiamento più profondo che il nostro Paese abbia avviato negli ultimi decenni: passare dalla cultura dell’assistenza a quella del Progetto di Vita. Per tre giorni istituzioni, associazioni, enti del Terzo settore, operatori, famiglie e persone con disabilità hanno condiviso idee, esperienze e visioni. Nei corridoi del Palacongressi di Rimini c’era una parola che ritornava continuamente: Progetto di Vita. Non come slogan, ma come nuova idea di società. Il Progetto di Vita ci chiede di cambiare la domanda che non è più: di quali prestazioni ha bisogno questa persona? Ma diventa: quale vita desidera costruire? Quali relazioni vuole vivere? Quali talenti può esprimere? Quali sostegni vanno messi in campo affinché tutto questo sia possibile? È un cambiamento profondo che non riguarda soltanto i servizi, ma il nostro modo di guardare la persona.Tra i seminari di ExpoAID vi è stato il panel “Dove la vita fiorisce. Comunità e innovazione per il Progetto di Vita”, promosso dal Serafico di Assisi. Abbiamo voluto riunire alcune tra le più importanti opere sanitarie e socio-assistenziali di ispirazione cristiana: il Cottolengo, l’Opera Don Guanella, l’Opera Charitas di Giulianova, la Società servizi riabilitativi-Benefit, ConAdoa. Realtà nate in tempi, luoghi e contesti differenti, ma accomunate da un’origine comune: un carisma. Un carisma non nasce per organizzare servizi a tavolino, ma dalla capacità di vedere ciò che gli altri non vedono. Nasce dal riconoscimento della dignità di chi era invisibile agli occhi del mondo. E ci siamo accorti che il Progetto di Vita appartiene al Dna delle nostre opere cattoliche perché siamo nati riconoscendo il valore immenso della vita e per custodirla, ancor prima di curarla. Perché si custodisce ciò che è prezioso. Riconosciamo ognuno, nonostante il proprio limite, debba poter vivere una vita piena e che ogni persona è molto più della sua fragilità. Prima della diagnosi vengono la sua storia, i desideri, i talenti, le relazioni, la possibilità di costruire il proprio futuro: è questa la missione delle nostre opere ed è anche l’invito che Papa Leone XIV affida a tutti noi nell’enciclica Magnifica Humanitas: custodire l’umanità soprattutto là dove è più vulnerabile. Il decreto legislativo 62/2024, attuativo della legge delega sulla disabilità, oggi offre finalmente una cornice normativa a questo sguardo. Ed è un passaggio storico, perché significa riconoscere che il compito dei servizi non è semplicemente assistere, ma accompagnare ciascuno a costruire la propria esistenza valorizzando ciò che rende unica ogni persona. Naturalmente tutto questo non basta: nessuno può pensare che una legge, da sola, cambi la realtà. Ma sarebbe un errore altrettanto grave sottovalutare il valore di ciò che sta accadendo e che è accaduto a Rimini. Abbiamo costruito relazioni che continueranno ben oltre quei tre giorni; da questi confronti nascono tavoli di lavoro, collaborazioni tra enti, dialoghi con le istituzioni, nuove reti tra Nord e Sud del Paese.Ed è questo è il valore più autentico della partecipazione. La democrazia vive nella possibilità di partecipare, nei legami che le comunità sanno costruire, nella capacità di ascoltarsi, confrontarsi, riconoscersi corresponsabili del bene comune. L’inclusione è una tessitura paziente fatta di fili verticali, quelli delle istituzioni e delle politiche pubbliche, e di fili orizzontali, quelli delle relazioni, delle associazioni, delle opere, delle famiglie e dei territori. Noi siamo quei nodi. I nodi di una rete che custodisce la vita, nella quale scorre la sussidiarietà: l’incontro fecondo tra istituzioni e comunità, tra responsabilità pubblica e iniziativa sociale, tra chi governa e chi ogni giorno condivide la vita delle persone più fragili. È lungo questa trama che la voce di chi rischierebbe di restare solo arriva fino alle istituzioni contribuendo a orientarne le scelte. Il percorso verso una società pienamente inclusiva è ancora lungo e nessuno può permettersi facili trionfalismi. Ma una certezza possiamo consegnarla al futuro: il cambiamento è iniziato ed è impossibile tornare indietro.Francesca Di Maolo è presidente dell'Istituto Serafico di Assisi