Si è svolta da poco la “Giornata internazionale delle persone con disabilità” e il mio pensiero è sempre lo stesso: a celebrarla è solo chi non vive la disabilità. Per chi invece la vive, la respira, la attraversa ogni giorno, ricorrenze come queste fanno porre solo una domanda: tutti i buoni propositi dove vanno a finire dopo il 3 dicembre? Le celebrazioni ufficiali raccontano una società attenta, preparata, sensibile. Ma basta guardarsi intorno e parlare con chi ha una disabilità per rendersi conto che è un racconto molto parziale. Infatti, una persona con disabilità non deve affrontare solo una patologia spesso fortemente invalidante, ma deve fare i conti anche con le città inaccessibili, i mezzi di trasporto non adeguati, la scuola che non ha il personale necessario, l’assistenza carente, sebbene ci siano leggi che sanciscono il contrario e abbondino le promesse della politica.

La parte più preoccupante e a tratti offensiva è che a far rumore sono quasi sempre le parole, non i fatti. In una società in cui si deve porre massima attenzione a ogni termine usato per non offendere o far sentire escluso qualcuno, che è importantissimo finché però non si sfocia nel ridicolo, sembra più importante e utile sostituire le parole considerate irrispettose e non inclusive che abbattere le barriere architettoniche o garantire i diritti. La stessa ministra per la Disabilità che nel 2024 ha promosso una modifica legislativa per rimuovere le parole "handicap" e "handicappato" dai documenti e dalle leggi italiane, sostituendoli con "persone con disabilità", pochi giorni fa, ha presentato un decreto legge sui caregiver che presenta tantissime criticità già segnalate da più parti.