di Francesco Miragliuolo

59 anni dopo la sua morte don Lorenzo Milani resta scomodo per la stessa ragione per cui lo fu in vita: aveva preso sul serio una pagina sola del Vangelo, quella in cui il metro del giudizio sono gli ultimi — avevo fame e mi avete dato da mangiare — e ne aveva tratto tutte le conseguenze.

A Barbiana, canonica sperduta sull’Appennino dove faceva scuola a tempo pieno ai figli dei contadini senza bocciare nessuno, quella pagina diventava un metodo: se Dio si nasconde nel povero, allora istruirlo, dargli la parola, non è beneficenza ma giustizia, anzi è la forma più alta dell’amore.

È qui che il priore tocca, senza citarlo, Tommaso d’Aquino: la carità è amicizia con Dio che orienta ogni cosa al bene e si fa correzione fraterna, dono. Ma Milani aggiunge una clausola che ai benpensanti suonava scandalosa: non c’è carità autentica finché resta l’ingiustizia, e non si amano davvero i ricchi se non aiutandoli a spogliarsi dei loro privilegi. È la stessa intransigenza dei profeti d’Israele: Amos che tuona contro chi vende il giusto per denaro e schiaccia la testa dei poveri, Isaia che dichiara vuoto il culto di chi dimentica l’oppresso e la vedova. Prima della liturgia, gridano, viene la giustizia. La carità, prima di consolare, deve liberare.