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Ultimo aggiornamento: 11:31

Era il 2016 e Michela Murgia si chiedeva su Facebook: “E’ chiaro contro cosa stiamo combattendo?”. Si riferiva a don Tonino Maria Nisi, parroco di Taranto, che celebrando il funerale di un uomo suicida dopo aver assassinato la moglie e il figlio di appena quattro anni, ne aveva esaltato le qualità morali. Il “brav’uomo” sarebbe andato in paradiso. Quel “brav’uomo” aveva patteggiato un anno e otto mesi di reclusione per atti sessuali e violenza privata nei confronti di una collega.

Sono trascorsi nove anni e le parole di un altro prete hanno suscitato dure polemiche. Oggi, don Primo Moioli celebrerà il funerale congiunto di Rubens Bertocchi ed Elena Belloli, nella chiesa di Cene, in provincia di Bergamo. L’altro ieri ha rivolto un ringraziamento alle famiglie che “con questa scelta hanno dato il più grande segno di fede. Quel funerale è amore: nonostante le fatiche e il dolore che abbiamo nel cuore, celebreremo l’amore. Che Dio gliene renda merito”. Si è difeso dicendo che la celebrazione congiunta gli era stata chiesta dai famigliari per il bene dei figli rimasti orfani.

Il femminicidio, parola mai pronunciata dal parroco, è stato consumato il 5 giugno scorso, quando Rubens Bertocchi ha impugnato una pistola regolarmente detenuta (era guardia giurata) e, prima di suicidarsi, ha sparato due volte a Elena Belloli. La sera prima era in pizzeria insieme alla moglie e ai figli. I giornali hanno ripreso la notizia e replicato errori e distorsioni che spesso occultano la violenza in famiglia ponendo l’accento sullo choc per un evento inaspettato. Un “fulmine a ciel sereno” avrebbe squarciato, inaspettatamente, la serena quotidianità di una famiglia felice e la placida routine di un paese di provincia.