In due sedute il titolo ha perso quasi il 50 per cento. Un amaro risveglio rispetto all’immagine che Fürstenberg Fassio e l’ad Geertman avevano costruito attorno all’istituto.
Per anni Banca Ifis ha investito una cifra monstre in immagine, sponsorizzazioni, mostre, eventi e convegni d’ogni sorta, costruendo l’aura dell’istituto diverso da tutti gli altri: vellutato, colto, mecenate, banca con l’anima, non solo attenta al vil denaro. E i dipendenti, chiamati Ifis people come fossero una classe di eletti, dovevano essere orgogliosi di lavorare lì. Una macchina del consenso oliata alla perfezione, capace di travestire da fondazione culturale un gruppo che tra i principali mestieri ha più prosaicamente quello di vendere crediti deteriorati.
Il presidente di Banca Ifis Ernesto Fürstenberg Fassio presenta l’opera restaurata “Il bambino migrante” dello street artist Banksy (foto Ansa).
Poi venerdì 26 giugno in una seduta sola il titolo ha bruciato il 36,87 per cento. E, alla ripresa di lunedì 29 giugno, a metà giornata, quasi il 9 per cento, che rende ancora più cupi i contorni della catastrofe. È come se una folata di vento appena più forte avesse abbattuto un castello di carte.
Le banche d’affari hanno certificato il disastro











