C’è un tratto che accomuna le migliori pagine dedicate alla caponata nella letteratura siciliana: nessuno degli autori che la raccontano si sofferma davvero sulla ricetta. A interessarli non sono le proporzioni tra aceto e zucchero, né la disputa infinita sulle varianti locali. La caponata entra nei romanzi come entrano certi odori, certi paesaggi, certe parole di famiglia. È un oggetto narrativo. Dice da dove veniamo, chi siamo stati, cosa ricordiamo.

Andrea Camilleri lo aveva capito meglio di tutti. Nei romanzi del commissario Montalbano il cibo è una lingua parallela, capace di raccontare affetti, nostalgie e identità con più efficacia di molti dialoghi. La caponata compare come una presenza familiare, quasi una rassicurazione. È casa. È Adelina che continua a prendersi cura del commissario anche quando non c’è. In una delle scene più celebri della serie, Montalbano apre il frigorifero e trova la caponatina preparata dalla governante. La guarda prima ancora di mangiarla. Ne percepisce il profumo, i colori, l’abbondanza. Ne “La gita a Tindari” la descrizione è affidata a tre parole soltanto: «sciavuròsa, colorita, abbondante» e Camilleri lo fa di nuovo: si inventa un aggettivo, “sciavuròso”, che dà subito il “ciavuru”, il profumo.